Il territorio

La Baronia ricade interamente nell’area della montagna di Trevico, un massiccio del subappennino campano ai confini della Puglia dauna, in provincia di Avellino. Nel punto più alto tocca la considerevole quota di 1094 metri. A quest’altezza sorge il centro abitato di Trevico, il comune più montano della Campania. Di qui la vista spazia su un vastissimo orizzonte e nelle giornate più terse si può scorgere l’Adriatico nei pressi di Manfredonia, le montagne del Molise e il magnifico scenario dell’Appennino  campano e lucano, con la sagoma isolata del Vulture, che spicca nella sua inconfondibile conformazione vulcanica.I confini naturali, dalla parte Sud-Est, Sud, Sud-Ovest, sono segnati dall’Ufita, un affluente del Calore che nasce dal versante occidentale dell’altopiano del Formicoso, lambisce i piedi della montagna di Trevico, si allarga sotto Flumeri generando una delle più ampie vallate della Campania interna e, nei pressi di Apice, ben fuori del territorio della Baronia, confluisce nel Calore, che, a sua volta, è affluente del Volturno.L’Ufita ha un andamento molto tortuoso. E’ corso d’acqua a regime perenne anche se in estate riduce di molto la sua portata. Durante il suo corso si arricchisce del contributo acquifero di numerosi “valloni” scaturenti tanto dalla montagna di Trevico, quanto dal crinale di Guardia dei Lombardi – Monte Forcuso (899 m.) – Frigento.Il suo affluente principale è, però, il torrente Fiumarella le cui acque confluiscono appena fuori del territorio della Baronia, nei pressi di Grottaminarda.Nei fianchi della montagna che degrada nell’Ufita, su ampi terrazzamenti collinari, sorgono i centri abitati di Vallata (870 m. l/m), Carife (740 m. l/m), Castelbaronia  (640 m. l/m), Flumeri (638 m: l/m).  In una gola, segnata da uno dei pochi valloni che ancora scaricano acqua perenne nell’Ufita, il  “Vallone di S.Nicola”, sorge il centro di S.Nicola Baronia (610 m. l/m), il comune più piccolo fra quelli che si affacciano da questo versante della montagna.Il torrente Fiumarella più sopra nominato delimita il confine della montagna di Trevico. dal lato Ovest, Nord-Ovest, Nord . Anche questo corso d’acqua ha andamento sinuoso, ma , data la sua breve corsa, sviluppata tutta tra i Comuni di Scampitella e Flumeri , incassata fra la montagna di Trevico e le asperità di Montuccio (827 m.) e Molara (935 m.), non presenta grandi spazi pianeggianti se non nella parte terminale, sotto Flumeri, verso “Tre Torri” – “Doganelle”, quasi alla confluenza dell’Ufita.Il torrente, pur rappresentando un confine naturale, non rappresenta tuttavia anche il confine amministrativo del territorio della Baronia, perché i Comuni di S.Sossio Baronia (660 m: l/m) e di Vallesaccarda,   che insieme a Flumeri  e  Scampitella  (720 m. l/m) pure si affacciano su questo versante, estendono i loro territori fino agli altipiani di  Montuccio e di Molara  ( zona detta della “Civita Superiore”).Pertanto, sono da considerare parte integrante della Baronia anche questi territori che si estendono al di là della riva destra della Fiumarella, poiché rappresentano gran parte delle aree assegnate a S.Sossio e a Vallesaccarda.Dal lato Est scorre il fiume Calaggio, che nasce, come l’Ufita,  dall’altopiano del Formicoso,  (prende, però,  anche il tributo del Vallone di S.Vito che nasce dalla montagna di Trevico, in territorio di Vallata)  ma  al contrario dell’Ufita, che si dirige verso il Tirreno, questo si protende verso l’Adriatico, prendendo il nome di Carapelle non appena lascia il territorio della Campania verso Candela (FG).Da questa parte il contrafforte montano di Trevico si allunga con una sottile striscia di terra che funge da spartiacque tra il torrente Fiumarella e il fiume Calaggio, fino a Scampitella, il Comune confinante con la Puglia, al margine estremo dell’Irpinia.La valle del Calaggio, stretta e profonda nel tratto iniziale, si allarga a mano a mano che si allontana dalla montagna di Trevico.Su questo fiume si affacciano i centri abitati di Vallata e di Scampitella.Trevico (1094 m. l/m), dall’alto della montagna, domina tutte e tre le vallate. A grandi linee, potremmo definire il territorio della Baronia, così come delimitato dai tre corsi d’acqua , un grande triangolo avente per base l’Ufita e per lati la Fiumarella e il Calaggio, con i tre vertici rappresentati, rispettivamente da Vallata ad Est, Flumeri ad Ovest e Scampitella a Nord.  Data la sua posizione geografica, quasi a metà strada tra le sponde del Tirreno e dell’Adriatico, la  montagna di Trevico rappresenta un importante punto di riferimento per i traffici stradali  che si snodano tra i due mari, e l’Autostrada Napoli Bari, che scorre nelle valli della Fiumarella e del Calaggio in territorio della Baronia, ne è la prova più evidente.Questa posizione strategica sulle grandi vie di comunicazione e di commercio ha fatto della montagna di Trevico, da sempre, ma in special modo  nei  tempi più remoti, uno degli snodi viari più importanti del Mezzogiorno d’Italia. Qui, infatti, confluivano diverse strade che collegavano non solo il Tirreno e l’Adriatico, ma addirittura il centro Italia con lo Ionio tarantino, metapontino e calabrese.Numerose testimonianze archeologiche e storiche lo dimostrano a sufficienza, ed in questa sede tenteremo di   fare una disamina attenta e puntuale.
La Baronia nella preistoria.La ricerca archeologica condotta in Baronia negli ultimi decenni del Novecento ha evidenziato che già dal V millennio a. Cr. insediamenti umani erano stanziati sulle creste argillose degradanti nelle valli dell’ Ufita, della Fiumarella e del  Calaggio. Numerosi frammenti di strumenti di selce appuntiti o taglienti (per lo più resti di armi immanicate, di coltelli, bulini, falcetti, raschiatoi, etc.), provenienti quasi certamente da Gesualdo o Grottaminarda, dove già dal paleolitico esistevano cave attive,  si sono rinvenuti a Castelbaronia, Carife, Civita Superiore e Scampitella, unitamente a frammenti di una ceramica molto rudimentale, scura e lavorata a mano con qualche semplice decorazione impressa a crudo con le dita, denunciano una presenza abitativa abbastanza diffusa.A Carife, poi,  è addirittura documentata l’esistenza di una comunità stanziale dedita all’agricoltura, alla pastorizia e a una nuova forma di artigianato qui importata dall’Oriente: la lavorazione della ceramica, che proprio nel V millennio vede la sua affermazione anche in Italia. Nell’insediamento di “Aia di Cappitella” , un ventilato terrazzamento dominante l’alta valle dell’Ufita, questi uomini del neolitico sono dediti alla creazione di manufatti di argilla, che  vengono messi ad essiccare in uno spazio pianeggiante, per poi essere cotti all’aperto sotto cumuli di legna ricoperti di terra. Gli scavi sistematici hanno evidenziato almeno cinque di detti focolai - fornaci, restituendo numerosi frammenti di piatti, tazze, olle, ed altri recipienti con  le caratteristiche anse “a rocchetto”.Tra il materiale raccolto, gli esperti hanno rinvenuto e catalogato  persino semi, tipi di legno usati per la cottura dell’argilla, oggetti d’uso come coltelli e falcetti ricavati non dalla selce, ma dall’ossidiana, un’ascia di pietra perfettamente levigata, e, per finire,   il tipo di grano coltivato a quei tempi.Tutto questo materiale dimostra, senza ombra di dubbio, che le popolazioni del luogo, oltre che all’agricoltura e alla pastorizia,  erano dedite anche al commercio, perché l’ossidiana , un minerale lavico che si sfalda meglio della selce, impiegata per la fabbricazione di coltelli, raschiatoi e falcetti, proveniva dalle isole Eolie, ed era con ogni probabilità scambiata con terrecotte, lana, formaggi e quant’altro potesse essere prodotto in queste zone. Gli scambi commerciali, è ovvio, postulano la necessità dell’esistenza di un sistema viario efficiente, senza il quale non è possibile nessuna forma di commercio, e, pertanto, l’ossidiana non sarebbe mai potuta arrivare se non ci fosse stata una via praticabile collegante la Baronia con la parte più meridionale della penisola italiana, o, quanto meno, con le zone  a ridosso di quest’ultima.La posizione dell’area, unita alla situazione geomorfologica del territorio, solcato da fiumi scorrenti nei versanti opposti del Tirreno e dell’Adriatico, la facilità con cui si può passare  dalle valli del Calaggio e dell’Ufita alla valle dell’Ofanto e di qui  portarsi verso il melfese  e scendere nel materano fino allo Ionio; la facilità di raggiungere l’Ofanto nei pressi di Conza e di qui ridiscendere nella valle del Sele ed arrivare fino a Paestum; la possibilità di seguire il corso dell’Ufita e di passare poi nella valle del Calore per raggiungere Benevento e di qui proseguire verso il Molise o portarsi, attraverso la valle Caudina, fino alla pianura campana,  faceva sì che l’intera zona  rappresentasse uno snodo viario di primaria importanza, se si dà per scontato che le vie di comunicazione naturali erano allora necessariamente vincolate alla situazione geografica  del territorio e si snodavano prevalentemente attraverso la fitta rete dei corsi d’acqua.  Queste vie primitive, già a partire dal II millennio a. Cr., in piena età del bronzo, coll’affermarsi della civiltà pastorale detta “Appenninica”, diventarono le strade della transumanza, vere proprie “via della lana”. Nelle loro periodiche migrazioni, i pastori seguivano certamente i corsi dei fiumi, servendosi dei tratturi per raggiungere la fascia costiera e svernare con le loro greggi. Sono “i tipici tratturi dei pastori, larghi talora anche oltre 30 metri e a volte snodantisi per lunghe distanze…Su di essi si sono più tardi impostate anche famose strade romane” (cfr. G. Gangemi –Osservazioni sulla rete viaria antica in Irpinia – in  “L’Irpinia nella società meridionale” Ed. del Centro Dorso – Avellino 1987).A guardia dei tratturi preistorici esistevano veri e propri villaggi, a volte anche fortificati, i cui abitanti, insieme alla pastorizia praticavano altre forme di attività economiche quali la produzione e lo scambio dei prodotti artigianali.In Baronia, tracce dell’esistenza di tali villaggi ci vengono da Carife, Castelbaronia e Civita Superiore.Dall’area “Addolorata” di Carife provengono numerosi resti di utensili in terracotta ascrivibili alla civiltà protoappenninica (ceramica grezza raramente decorata con  fasce di cordoni dentellati o con tacche sotto e sopra l’orlo di grossi recipienti, di cui sono stati raccolti numerosi fondi, insieme a frammenti di ceramica rossiccia lucidata con la stecca e ad un’ansa tipica a forma di scure (foto n.1).Sempre da Carife, ma dalla località “Piano la Salla” , un terrazzamento fluviale da cui è facile controllare l’alto corso dell’Ufita , provengono numerose altre testimonianze ascrivibili sempre a quell’epoca (foto n.2).Da “Civita Superiore”, dove esisteva un altro villaggio a guardia del corso della Fiumarella, proviene un reperto assai interessante: un sostegno cilindrico (forse di una statua) con decorazioni a nastro, alternate a punteggiature, analoghe a     quelle di altri reperti, ascrivibili a questa età, rinvenute a Casalbore, in località “S. Maria dei Bossi”.E’, però, da Castelbaronia “Isca del Pero”, una località attigua a “Piano la Salla” di Carife, per cui è ipotizzabile che si tratti di un unico insediamento, che  proviene la più ricca documentazione della civiltà appenninica in Baronia.Affermò  al riguardo G. Gangemi , l’archeologa che condusse gli scavi per conto della Sovrintendenza al momento in cui guidava l’esplorazione dell’area:“Alcuni saggi effettuati a Castelbaronia in località “Isca del Pero” per delimitare l’estensione di un’area già nota attraverso precedenti raccolte in superficie di frammenti archeologici attestanti la presenza di un insediamento preistorico riferibile alla facies Laterza (eneolitico – bronzo antico) hanno evidenziato un’area archeologica abbastanza estesa in una zona geomorfologicamente  interessata da numerose sorgenti…Nell’humus concernente l’insediamento preistorico si sono rinvenuti resti di grosse pietre misti a ciottoli e a cospicui e consistenti grumi di intonaco di capanna di cui alcuni con evidenti tracce di incannucciata…. Tramite di irraggiamenti culturali, di traffici o di altra forma di circolazione di prodotti tra l’area apulo – materana, dove la  facies tipo Laterza risulta ampiamente attestata, e l’Irpinia si può presumere siano stati i corsi del Bradano e dell’Ofanto attraverso l’area melfese, tradizionale incrocio di grandi vie naturali. La via dell’Ofanto in particolare, viene quasi a congiungersi con quella del Sele  sotto il passo di Conza, da cui si dipartiva, già in epoca preromana, un tratturo in direzione della Valle dell’Ufita, attualmente corrispondente, all’incirca, alla S. S. n. 91”.Per il materiale archeologico che non sto qui a descrivere, osservare le foto nn. 3, 4, 5, 6.Da quanto è stato detto fin qui, risulta con chiarezza che le aree della Baronia nell’età del Bronzo erano raggiunte da prodotti provenienti addirittura dalla zona Ionica, (Laterza, difatti, è un centro della Puglia ionica) che per arrivare fin qui dovevano necessariamente transitare per le vie della lana, ossia quelle vie naturali rappresentate dai corsi d’acqua, lungo i quali si snodavano i tratturi e sui quali i Romani, successivamente, costruirono il primo grande impianto viario.Ancora oggi certi percorsi tratturali si sono mantenuti sostanzialmente inalterati, vuoi perché condizionati da fattori geografici e morfologici, ambientali e climatici, vuoi perché in qualche modo ancora  attuali per il perpetuarsi della tradizione pastorale della transumanza.  In Baronia almeno tre di queste antiche vie sono facilmente riconoscibili.1- Il tratturo che si articola lungo la valle dell’Ufita, ancora ben visibile in alcune parti sotto Flumeri, Castelbaronia, Carife e Vallata, dal quale si dipartivano le seguenti diramazioni: a) tra Flumeri e Castelbaronia, all’altezza del Ponte Rotto (un ponte romano di cui parleremo più avanti) il tratturo si biforcava, risalendo i due crinali opposti: dalla parte della riva sinistra saliva per il “Pesco” e raggiungeva la cresta per discendere nella valle della Mefite e, di qui, portarsi nella valle del Fredane; dalla parte della riva destra, saliva in direzione “Acqua Chiusa” di Castelbaronia, dove, a sua volta, si sdoppiava. Con un braccio scendeva nella vallata della Fiumarella, sotto S.Sossio; con l’altro seguiva il corso del vallone di S.Nicola e, per la gola dei “Mulini” di Carife si portava al valico di S. Stefano alle “Fistole” di Vallata e discendeva nella valle del Calaggio;  b) In Contrada “Oliveto”, un’altra diramazione risaliva il crinale sinistro fino a Monte Forcuso, per discendere alla Mefite e proseguire,  con due bracci,  verso il valico di Nusco, dopo aver attraversato il Fredane, e verso la valle dell’Ofanto nei pressi di Lioni; c) in località “Posta della Corte”, sotto Vallata, il tratturo si sdoppiava nuovamente: un braccio risaliva il corso dell’Ufita fin quasi alle sorgenti poste poco al di sotto del valico del Formicoso e di là, biforcandosi ancora proseguiva con un ramo per Bisaccia ed Aquilonia, donde scendeva sull’Ofanto all’altezza della località “Pietra dell’Oglio”, in agro di Monteverde; con l’altro ramo  si dirigeva, invece,  verso Andretta e di qui, ricalcando quasi quello che oggi è il tracciato della S. S. n. 91,discendeva nella valle dell’Ofanto, attraversava il fiume  e puntava verso la sella di Conza, per ridiscendere nella valle del Sele. L’altro braccio del tratturo che partiva da “Posta della Corte”, proseguiva per il “Vallone di Chiusano” e, dopo aver attraversato la località “Paduli” di Vallata, puntava dritto sul Calaggio.2- Il tratturo che seguiva il corso della Fiumarella,  sotto S.Sossio, all’altezza della Masseria Raduazzo, si innestava al diverticolo proveniente dall’Ufita e a quello proveniente da Zungoli – Camporeale di Ariano, collegante la valle della Fiumarella con quella del Cervaro. In agro di Vallesaccarda , all’altezza del Vallone di S.Giuseppe, con un diverticolo valicava lo spartiacque tra il Calaggio e la Fiumarella e si collegava al tratturo che, proveniente dall’Ufita, si snodava per la valle del Calaggio. Il ramo principale proseguiva, per sotto Scampitella, fino ad Anzano, e di qui per il territorio di Accadia e di S. Agata, si portava verso Ascoli.3- Il tratturo del Calaggio, infine, che nasceva come prosecuzione naturale del tratturo ufitano, all’altezza di Monte Vaccaro, in agro di Lacedonia, con una diramazione che partiva dalla riva destra del fiume, saliva fin sotto Rocchetta e di là discendeva nell’Ofanto all’altezza del Ponte di S. Venere; dalla riva sinistra riceveva il diverticolo che proveniva dalla Valle della Fiumarella. Il ramo principale del tratturo proseguiva il suo corso verso Candela, dove formava altre diramazioni.  Le grandi vie romane.Il sistema viario così articolato rimase in vigore anche dopo che i Romani sottomisero le popolazioni che abitavano queste contrade: essi modificarono nei punti più impervi solo qualche tracciato che ritennero più utile alle loro esigenze di penetrazione e di commercio, ma non andarono oltre, almeno per quanto attiene al periodo repubblicano e ai primissimi anni dell’impero. Le modifiche sostanziali alla viabilità avvennero solo verso l’inizio del II secolo d. Cr:, con l’avvento di Traiano, il quale, a sentire Galeno, “Rifece le vie; lastricò con pietre le parti che erano acquitrinose e fangose o le ricoprì con massicciate sopraelevate; livellò quelle piene di fossi; congiunse con ponti le rive dei fiumi che non si potevano guadare; dove la via sembrava più lunga del necessario ne tracciò una più breve, e dove la via era difficoltosa per una ripida altura, deviò attraverso pendii più dolci” (cfr. Galeno – De methodo medendi- lib. IX, 8).Prima di lui i Romani avevano utilizzato le vie naturali esistenti già dall’epoca preistorica, ed anche l’Appia, la prima grande via di penetrazione di Roma verso il Mezzogiorno appena conquistato,  come asseriscono la maggior parte degli storici, almeno nei primi tempi, “da Capua a Venosa seguiva vie naturali” (cfr. G. Gangemi – Osservazioni sulla rete viaria antica in Irpinia – Op. citata).Solo dopo Traiano (Adriano, Antonino Pio, Diocleziano, Massimiano, Massenzio, per citarne qualcuno),  in pieno periodo imperiale, le vie più trafficate della zona  vennero rimodernate con basoli, ponti, miliari, ed è, appunto, seguendo queste tracce sparse nel territorio che possiamo tentare di comporre una mappa il più possibile attendibile della viabilità romana in Baronia, tenendo sempre presente, però, che nel periodo tardo repubblicano e nei primi anni dell’impero, l’unica grande via che dall’Irpinia si dirigeva verso la Puglia e il materano era l’Appia. Le altre strade, che pure esistevano, erano considerate delle varianti più scomode, anche se, in qualche caso, risultavano delle vere e proprie scorciatoie.Al riguardo, è sintomatico il brano di Strabone , storico greco vissuto all’epoca di Augusto: “Da questa città (Brindisi) due strade conducono a Roma: una che si può percorrere con i muli attraverso il paese dei Peucezi, Dauni, Sanniti fino a Benevento, sul cui percorso si trovano le città di Egnatia, Caelia, Netio, Canusium ed Herdonia; l’altra che passa per Taranto, deviando un po’ verso sinistra ed aumentando il percorso di circa un giorno, la quale è chiamata Appia ed è più adatta al passaggio dei carri. Su questa via sono situate le città di Uria e Venusia ai confini tra i Sanniti e i Lucani. Ambedue queste strade, partendo da Brindisi, raggiungono Benevento” (cfr. Strabone VI, 3, 7).Tanto premesso, il punto di partenza per un’indagine attenta non può non essere che la nota satira di Orazio (cfr. Orazio – Satire – I, 5) nella quale il poeta di Venosa,  descrivendo il viaggio compiuto in compagnia di Mecenate da Roma a Brindisi nella primavera del 37 a. Cr., ( si trattava di una missione delicata per conto dello stesso imperatore Ottaviano Augusto: a Brindisi dovevano incontrare un emissario di Marco Antonio per verificare se vi fossero le condizioni per un riavvicinamento dei due cognati che già erano ai ferri corti), racconta l’avventuroso pernottamento in una “vicina Trivici villa” , dove era stato costretto a fermarsi forse per un improvviso temporale.L’ubicazione della villa, l’identificazione del tracciato, il quesito mai risolto se la via battuta fosse l’Appia, una sua variante, una scorciatoia o, piuttosto, una via diversa di penetrazione verso la Puglia, sono i rompicapo che più hanno assillato e assillano ancora i ricercatori e gli appassionati di geografia storica.E il rompicapo non è di poco conto, se si tiene presente che nella sua risoluzione si sono impegnati in tanti. A mo’ d’esempio, riporto qui di seguito il pensiero di qualcuno di essi.Pratilli (cfr. – La via Appia – 1745) ipotizza  il seguente tracciato: “Eclano, Grottaminarda, Doganelle, Piana dell’Ufita, Castelbaronia, Acqua dei Salici (nel Vallone di S. Nicola), tratto di due chilometri attraverso una gola a monte di S. Nicola in direzione Ovest, villa oraziana (forse località “Molini” di Trevico), Aequum Tuticum”  (così interpetra l’ oppidulo innominato per questioni metriche, che i più identificano con Ascoli Satriano).P. Salvatore (cfr. Osservazioni sulla rete viaria antica in Irpinia, 1953 – op: inedita conservata in Biblioteca prov. – Misc.  C., 934) ipotizza : Eclano, pressi di  Grottaminarda, Doganelle, Flumeri, S. Sossio, Taverna delle Noci (Vallesaccarda) dove ubica la villa poco esposta all’Atabulo (scirocco), Vallone di S. Giuseppe, Migliano, Calaggio, Romulea  (l’oppidulo) “a molta distanza dell’attuale Bisaccia, cui la riferiscono con maggior credito alcuni moderni autori”.G. Gangemi (cfr. Osservazioni sulla rete viaria antica in Irpinia – op. citata) afferma: “Seguiva il fondo valle dell’Ufita dove, prima dell’erta, era la “Trivici villa”, per salire poi sul Formicoso e raggiungere Aquilonia (attuale Lacedonia) con un percorso…non ancora ben chiarito. Da Aquilonia cominciava la discesa verso il varco di Candela”.W. Johannowsky (cfr. Ufita e Miscano: fiumi della storia – Era Casalbore l’antica Vescellium – Vicum – Mar. giu. Sett. 99) scrive: “Subromula potrebbe invece coincidere con la località “Piano d’Occhio” sotto Carife, dove affiorano notevoli resti di età romana, ma anche con il Trivicus dove fecero tappa Orazio e Mecenate, che durante il viaggio da Roma a Brindisi seguirono con ogni probabilità la via Appia fino ad Aquilonia”.E con gli esempi ci fermiamo qui. Tanta incertezza e disparità di interpetrazioni è certamente ascrivibile al fatto che, mentre dell’Appia antica si conosce quasi tutto il percorso, numerosi dubbi insorgono “nel tratto tra Aeclanum ed Aquilonia, con il punto esatto in cui essa attraversa l’Ofanto, al pons Aufidi, e con le relative stazioni di Sub Romula e Aquilonia” (cfr. A. Lugli – Convegno Studi Magna Graecia – Taranto 19629. In una parola, le tracce dell’Appia vengono a disperdersi e a confondersi proprio nell'area della Baronia, nel punto, cioè, dove la conformazione geo-morfologica del territorio poteva offrire svariate soluzioni, e tutte validissime,  per un comodo tracciato viario da Aeclanum a Venusia.Nella descrizione dei tratturi, operata più sopra, abbiamo visto che le vie naturali, già dall’epoca preistorica, consentivano di raggiungere facilmente la valle dell’Ofanto in punti diversi, sia provenendo dalla valle dell’Ufita, che da quella della Fiumarella e del Calaggio, sia, infine dal tratturo che attraversava il cuore della montagna di Trevico (quello del Vallone di S. Nicola, Vallata, Calaggio). Chiaramente, il punto della valle dell’Ofanto che si intendeva raggiungere privilegiava una  piuttosto che un’altra via naturale. Così, ad esempio, se si voleva attraversare l’Ofanto nei pressi di Lioni, si sceglieva certamente il tratturo che dalla valle dell’Ufita saliva verso Guardia Lombardi- Monte Forcuso- Mefite d’Ansanto, Goleto, piana di Lioni, da dove era possibile portarsi al valico di Caposele e di qui discendere nella valle del Sele per raggiungere i centri di Oliveto Citra, Pontecagnano, Paestum.Se si voleva puntare su Conza, sempre venendo da Eclano, bastava seguire il tratturo ufitano fin sotto le sorgenti del fiume, poco al di sotto del Formicoso, giungere fino ad Andretta e di qui scendere nella valle dell’Ofanto, che poteva essere guadato tra Cairano e Conza, per arrivare alla sella di Conza e scendere  nella valle del Sele, oppure, attraverso il valico di Castelnuovo, inoltrarsi nel territorio dei Lucani.Se si voleva raggiungere la zona del Vulture, sempre provenendo da Eclano, bisognava portarsi nella valle dell’Ofanto sottostante i centri abitati di Aquilonia (Carbonara vecchia)- Monteverde, facilmente raggiungibile dal tratturo dell’Ufita – zona sottostante Formicoso_- e di qui, attraverso Bisaccia, Carbonara, Vallone della Diga di Monteverde, località “Pietra dell’Oglio”, dove, guadato l’Ofanto, era facile raggiungere, per la zona dei Laghi di Monticchio, il territorio di Rionero e, attraverso Barile, puntare su Venosa.Se, invece, si voleva attraversare l’Ofanto all’altezza dell’odierno scalo ferroviario di Rocchetta S. Antonio, allora conveniva seguire il tratturo del Calaggio fino a Monte Vaccaro, risalire lo spartiacque della riva destra fin sotto Rocchetta e, di lì, scendere nella valle dell’Ofanto in località S. Venere.In quest’ultimo caso, la località di Monte Vaccaro era facilmente raggiungibile sia che si provenisse dalla valle dell’Ufita, sia che si arrivasse dalla Fiumarella, sia, infine, che si giungesse da Vallata seguendo il tratturo di montagna che passava per il Vallone di S. Nicola, Valico di S. Stefano,  Fistole di Vallata, Calaggio, Migliano.Nel caso specifico dell’Appia, per sapere quale di queste vie naturali fosse la più agevole da percorrere, bisogna valutare attentamente quale di questi ipotetici tracciati possa essere stato più conveniente battere, per dei viaggiatori provenienti da Eclano e diretti –questa è una condizione da non dimenticare mai- a Venosa, o viceversa.Solo tenendo fermi questi due punti, la partenza e l’arrivo, noi possiamo ipotizzare con la massima approssimazione il tracciato sicuro dell’Appia nel suo tratto più controverso e cioè nello spazio intercorrente tra la città irpina di Eclano e la città apulo-lucana di Venosa.A me sembra che proprio il corollario indispensabile dei due punti sopra specificati, spesso, sia stato ignorato dai numerosi storici ed archeologi, pure autorevolissimi, che si sono cimentati nella ricostruzione del tracciato dell’importante arteria romana, ed i risultati ottenuti quasi sempre hanno denotato conoscenza approssimativa dei luoghi.  Se i romani realmente avessero utilizzato quei percorsi ipotizzati, a mio parere  avrebbero denotato scarsa praticità e spirito autolesionistico, andando ad allungare,  in maniera ingiustificata, di decine di miglia tracciati di gran lunga più brevi: cose, queste, che non si possono certamente imputare a quel popolo che aveva fatto dell’essenzialità e della praticità i suoi massimi modelli di vita.    La Via Appia.Dopo questa necessaria premessa, entriamo a pieno nell’argomento, iniziando con una breve cronistoria della strada.La via Appia fu ideata e voluta da Appio Claudio il Censore, che iniziò i lavori nel 312 a. Cr., e ne tracciò il percorso fino a Capua che era stata sottratta definitivamente al controllo dei Sanniti. Dopo il 290 a. Cr., conclusa anche la terza guerra sannitica, il percorso dell’Appia venne allungato fino a Venosa e, successivamente, intorno al 270 a. Cr., finita anche la guerra con Pirro, la strada venne portata fino a Taranto. Solo molti anni più tardi, quando ormai Roma era diventata padrona dell’Italia e si imponevano i traffici con la Grecia e l’Oriente, l’Appia venne prolungata ancora fino a Brindisi, diventata ormai la città più importante per gli scali marittimi da e per la Grecia.Pertanto, a strada ultimata, si snodava secondo il seguente percorso: Roma, Anxur (Terracina), Formia, Capua, Caudio, Benevento, Eclano, Venosa, Taranto, Brindisi.Come abbiamo detto più sopra, nei primi tempi ( fino alla fine dell’epoca repubblicana e ai primi anni dell’impero) l’Appia risultava lastricata fino a Capua: da Capua a Venosa, e forse fino a Taranto, ricalcava antiche vie naturali, sistemate alla meglio per consentire il transito di carri e di grossi convogli militari e commerciali.Con ogni probabilità, in questo tratto l’Appia era sfornita di miliari, ma aveva instaurato le opportune “mansiones” o “mutationes” per consentire il pernottamento alla fine di ogni giornata di viaggio e, se necessario, anche l’eventuale  cambio dei cavalli affaticati. Dalle più antiche mappe stradali in nostro possesso: le “tabulae peutigeriane”, gli “Itinerari Antonini”, sappiamo che  nel tratto compreso tra Eclano ed Aquilonia vi era una di queste “mansiones”, chiamata “Sub Romula” , etimologicamente “sotto”.. “prima”… “Subito dopo”… “nei pressi di  Romula”, o Romulea, antica città dei Sanniti presa dal console Lucio Papirio Cursore durante la terza guerra sannitica , a cavallo degli anni 297-296 a. Cr.Per gli itinerari “peutigeriani” Sub Romula  distava XVI M.P. da Eclano; XI M.P. da Aquilonia . Di qui al ponte sull’Ofanto vi erano da percorrere ancora VIII M.P. Per gli itinerari “antonini” (in verità, questi, privilegiavano altre strade rispetto all’Appia) Sub Romula era ubicata a XXI M.P. da Eclano e a XXII M.P. dal ponte sull’Ofanto.E’ sulla scorta di questi dati distanziali, peraltro discordi, e sulla conoscenza di una sola coordinata geografica certa, la posizione dell’antica Eclano, che siamo costretti a muoverci per risolvere il rebus del tracciato in questa zona. Gli elementi in nostro possesso non sono molti, ma è anche vero che il poco che abbiamo è sempre meglio di niente. Anzitutto, la distanza da Eclano al “pons Aufidi” che, grosso modo, per le mappe antiche era di 55-60 km ( il M. P. romano equivaleva ai nostri 1490 metri circa): 52 chilometri  per le tavole di Peutiger; 63 per gli itinerari Antonini, ed ogni analisi seria, pertanto, non può prescindere da questi dati.Tale distanza, se vogliamo dar retta agli itinerari ipotizzati anche dagli  studiosi che godono di maggior credito, non viene quasi mai tenuta in debito conto e, quindi, essa risulta di gran lunga superata nella ricostruzione dei tragitti. Alludo principalmente a quelli che come il Daremberg, il Pratilli, il Lugli, etc., ipotizzano il tracciato passante per la cresta: Frigento, Guardia dei Lombardi, Formicoso, Bisaccia, Lacedonia, Ponte di S. Venere all’attuale scalo di Rocchetta, dove ubicano il “pons Aufidi”, e non si rendono conto che la distanza è di circa 80 chilometri ; alludo a quelli come Johannowsky, Gangemi, Romito che, pur ammettendo una variante valliva che seguiva il corso dell’Ufita da “Fioccaglie” (Flumeri) a Sferracavallo (Vallata) e di qui risaliva alla Toppa (Formicoso), non escludono che il tracciato principale si snodasse per la cresta, e fanno congiungere la variante ad esso in quest’ultima località, con prosecuzione successiva per Bisaccia, Lacedonia, Scalo di Rocchetta, non riducendo che di poco la distanza tra Eclano e il punto di attraversamento del fiume Ofanto. Entrambi questi tragitti, a mio avviso, non possono essere presi seriamente in considerazione. Da qualunque punto di vista si esamini la faccenda, il ponte sull’Ofanto posizionato in località S. Venere di Rocchetta risulta molto distante dalla località Passo Eclano, dov’era esattamente ubicata la città irpina. La domanda che sorge spontanea a questo punto è la seguente: se scartiamo S. Venere, dove poteva essere attraversato l’Ofanto alla distanza di 55-60 chilometri da Eclano? Ed ancora.  Sarebbe bastato attraversare il fiume in altra località, o non occorreva piuttosto  studiare prima da quale altra parte affrontare l’ostacolo Vulture, venuta meno la soluzione Rocchetta, che ben si prestava a far valicare la montagna? La risposta a questa seconda domanda è propedeutica alla prima: una volta trovato il punto diverso da dove era facile valicare la montagna come dalla parte dello scalo di Rocchetta, era bell’e individuato anche la località dove attraversare l’Ofanto.  Il punto che risponde egregiamente alle due domande si trova posizionato tra lo scalo di Aquilonia (Carbonara) e lo scalo di Monteverde, da dove risulta agevole salire fino ai laghi di Monticchio, aggirare la montagna verso Rionero e di qui puntare su Ginestra e  Venosa.Se proviamo a tracciare una linea retta su di una carta della zona in scala e congiungiamo i due punti di Eclano e del fiume Ofanto sotto Aquilonia-Monteverde, notiamo che la distanza si aggira intorno ai 47 chilometri: una cifra decisamente in regola con quanto indicato dalle antiche mappe. Tutto questo porta ad ipotizzare un tracciato quasi rettilineo, con lo scarto di quattro o cinque chilometri in più nel percorso reale, dovuto all’aggiramento di qualche ostacolo di natura geomorfologica. Già nel 1997 ebbi a sostenere una tesi analoga (cfr. m. De Luca – Callifae o Romulea?- Vicum Mar. Giu. Sett. Dic. – 97), quando scrissi:  “…il percorso più rettilineo che unisce Aeclanum a Venusia è quello che si snoda secondo questa direzione: Passo Eclano, Pila ai Piani, Ponte rotto sull’Ufita, agro di Castelbaronia, Agro di Carife, Agro di Vallata lungo il fondovalle Ufita, Posta della Corte, Valico del Formicoso, sotto Bisaccia nuova, Aquilonia vecchia, Valle del torrente Osento, Ponte Pietra dell’Oglio o, in alternativa, Ponte rotto in località Pietra Palomba…Anche il tracciato dell’Appia, a mio parere, non doveva discostarsi di molto da tale itinerario, che, oltre ad essere il più breve, era anche sicuramente il più comodo, e dal punto di vista climatico, e dal punto di vista orografico”. Ancora oggi sono di quell’avviso e, pertanto, sono convinto che la Sub Romula vada ricercata nella località “Posta della Corte”, poiché “il toponimo “POSTA” attribuito alla contrada di Vallata situata in una zona fino a qualche decennio fa non servita da altre strade all’infuori del tratturo degli Abruzzesi, lascia supporre l’esistenza in loco, nei secoli passati, di una stazione per viaggiatori(una “mansio”, appunto) dov’era possibile cambiare i cavalli, sostare, rifocillarsi, pernottare e, quindi, l’esistenza di una via importante molto trafficata: l’Appia, passante per la valle e non per la cresta” (M. De Luca- Callifae o Romulea? Op. citata).L’antica Aquilonia, invece, va identificata più con Aquilonia vecchia (Carbonara) che con Lacedonia, a meno che questi due centri anticamente non formassero un’unica città sulla riva destra dell’Osento, in una posizione di controllo dei traffici snodantisi nella via naturale della vallata che, per sotto Monteverde, si immettevano all’Ofanto. La via oraziana.Più sopra abbiamo notato come diversi studiosi, commentando i versi di Orazio là dove descrive la fermata e il pernottamento nella “villa vicina Trivici” in quella lontana primavera del 37 a. Cr.,  si siano sbizzarriti nelle analisi del percorso tenuto dal poeta latino dopo la sosta effettuata a Benevento e il conseguente ingresso nel territorio della Baronia. Chi ha sostenuto che il tracciato era una variante dell’Appia (per alcuni valliva, per altri montana), chi ha sostenuto che per certi versi era l’Appia stessa, chi, infine, ha dedotto che si trattava di una via diversa. Personalmente non sono d’accordo con chi sostiene la tesi della variante dell’Appia, né con quelli che, in un certo modo, vedono nel tracciato indicato dal poeta l’Appia stessa, perché a leggere attentamente il componimento poetico nei versi successivi alla tappa di Trevico si nota subito che è proprio di qui che comincia la descrizione di una via diversa dall’Appia, di cui nessuno mai, prima di Orazio, ne aveva scritto o parlato, e le citazioni delle fermate successive: Oppidulo innominato (Ascoli Satriano), Canosa,  Ruvo, Bari, Egnatia, Brindisi ce lo confermano. Non si tratta neppure della mulattiera di Strabone, sulla quale la via oraziana s'innesta, forse, solo a Canosa, e che nel tratto appenninico segue tutt’altra direzione, non certo la montagna di Trevico.Non si tratta dell’Appia, perché questa strada, già nella nostra area, puntava più a Sud (non si dirigeva verso Scampitella, per intenderci, ma verso la zona del Vulture che di qui si staglia nitido in lontananza), e questo Orazio lo sapeva benissimo, perché nativo di Venosa ed esperto dei luoghi (di qui l’affermazione della familiarità dei monti che gli si paravano davanti, riferendosi alla montagna di Trevico, ben visibile sia dalla Daunia che dal Melfese). Egli sa bene che la via che intraprende è una biforcazione dell’Appia che punta a Nord – Est , in direzione della Daunia, verso Ascoli Satriano, molto più a nord di Venosa, verso cui, invece, l’Appia è diretta. Da Ascoli è molto più agevole raggiungere la costa adriatica a Bari e di lì, sempre costeggiando, scendere a Brindisi, abbreviando il viaggio di un bel po’, perché ha fretta di giungere alla meta,   stanco di tanti giorni in movimento e annoiato dalla monotonia dei discorsi, come lascia intendere egli stesso, una volta giunto alla meta. Il motivo per cui prende questa strada è forse nella maggiore comodità della stessa rispetto alla mulattiera indicata da Strabone: difatti su questa strada è possibile viaggiare con le carrozze e l’andatura può essere più sostenuta. Evidentemente ha trovato più comodo arrivare ad Eclano con l’Appia, proseguire sulla stessa  fino all’altezza del “ponte rotto” sull’Ufita e qui abbandonarla per imboccare una delle vie naturali preesistenti, percorribile con le carrozze, ma sconosciuta ai più, forse perché s’inerpicava  nella parte più interna della Baronia, abitata da quei fieri irpini sottomessi , mai però completamente domi, di cui non era raccomandabile fidarsi.Per farlo Orazio, ma più ancora Mecenate, vuol dire che chi li conduceva, chi guidava il convoglio era esperto dei luoghi, conosceva bene le popolazioni che vi abitavano e garantiva l’incolumità dei trasportati, ma soprattutto era persona  fidata per l’autorità romana che amministrava la zona, che non poteva certo affidare  quegli importanti viaggiatori ( e che viaggiatori!), nelle mani di uomini poco raccomandabili.Stando alle vie naturali della transumanza, dal ponte rotto sull’Ufita si dipartiva il tratturo che, risalendo il crinale destro del fiume, giungeva in località “Acqua chiusa” (conosciuta anche col nome di “S. Marco Posta Vecchia”. Qui si biforcava: un braccio continuava a salire fino allo spartiacque da dove calava poi nella vallata della Fiumarella: risaliva  il letto del fiume per sotto Vallesaccarda e Scampitella e, prima di Anzano, piegava a destra per scendere nella valle del Calaggio in località Monte Vaccaro. Di là, seguendo il corso del tratturo in direzione della Puglia, prima di Candela deviava un po’ più a nord per raggiungere Ascoli. L’altro braccio del tratturo, invece, deviava destra,  si portava sotto Castelbaronia al Vallone di S. Nicola e lo risaliva per l’ “Acqua dei Salici” , i “Molini” di Carife, il Vallone delle “Bocche” (così chiamato per le sorgenti copiose che vi sgorgano).  Di qui iniziava la breve erta del Valico di S. Stefano, scendeva  alle “Fistole” di Vallata, lambiva il paese, e di qui discendeva nella valle del Calaggio, proseguendo fino a Monte Vaccaro dove si ricongiungeva con il braccio formato alla località “Acqua Chiusa” e proseguiva così com’è stato detto prima. Riflettendo  bene sui versi del poeta latino, sono propenso più a riconoscereIn questa seconda via il percorso seguito, e ciò almeno per una serie di  motivi: in primis, c’è quel verbo (“erepsemus”) che indica non la semplice scalata, ma una salita faticosa che per portarla a termine occorreva quasi aggrapparsi a qualcosa, arrampicarsi, trascinarsi carponi: quasi un’impresa, resa ancora più ardua da un improvviso temporale (la legna bagnata messa a bruciare nel camino è una testimonianza delle condizioni atmosferiche) che quasi certamente aveva allagato la strada (il largo letto del vallone); poi, la villa che li accoglie e che dà loro un alloggio improvvisato, forse neanche preventivato, per la notte: “villa” che, più che una “mansio”, è un casolare di montagna, con la cucina piena di fumo che tanto fastidio arreca ad Orazio, affetto da tempo da una fastidiosa congiuntivite e costretto a viaggiare con una buona scorta di collirio.Un paesaggio, questo, più aderente al tratturo di montagna che, tra l’altro, passava proprio sotto Trevico, nella zona delle “Bocche” dove iniziava il valico, un’erta breve, ma alquanto impegnativa per le carrozze.      Il tracciato che seguiva, invece, la valle della Fiumarella non presenta grandi salite, ma è più lungo dell’altro e, questo, a mio parere, era forse il motivo che lo aveva fatto scartare.Sono , quindi, convinto che la “villa” di Trevico vada ricercata nella zona compresa tra  “Acqua dei Salici” e “Molini” del vallone “Bocche”,  non altrove, perché lì la vicinanza con Trevico è veramente fisica.

(Michele De Luca)

 


Altri articoli in questo tema