MASSERIE PRIMOANGIOINE
sulla riva sinistra del fiume Calaggio-Carapelle
di Michele Auciello

Nelle immediate vicinanze del Calaggio, sui fianchi di un modesto colle di Migliano, vi sono sette fosse granarie (1), che formano una corolla di conoidi rette (2).


La fossa granaria più grande
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(1) Se ne contano sei nella pianta topografica del fondo Migliano, redatta dal perito Ciccarelli Michele nel 1882. Cfr. Archivio di Stato di Avellino – Materiale a stampa – Tribunale di Ariano – busta 133, fascicolo 64.

(2) Le fosse, di norma, venivano scavate nel tufo o nelle arenarie; avevano la forma di un cono, di un tino, di un barile capovolto, ecc..


Negli anni settanta il diametro di cinque di esse misurava dai sei ai sette metri, mentre l’altezza era poco più o poco meno di sette.

            Ora sono crollate ed accolgono detriti di ogni genere: persino una Fiat 750 bianca vi ha trovato la sua nobile sepoltura.

            La visitabile – non per molto – è la fossa più grande: ha il diametro di otto metri e quaranta e l’altezza di sette, senza tener conto di un accumulo di sabbia e pietre, alla base, spesso più di un metro. Ad un fianco , orientata a Sud-Est, c’è una porta, scavata a regola d’arte, con stipiti di pietra locale, di recente fattura.  

            Nel secolo scorso sei fosse furono messe in comunicazione, ma fu tale l’imperizia e tanta la malvagità che ne è stata la causa non ultima del crollo. La più piccola è integra e la terra la protegge, nascondendola alla curiosità devastatrice dell’uomo.

Sin dall’antichità le fosse sono state scavate in Sicilia, in Tunisia, in Egitto, ecc. (3).

            In Italia sono documentate soltanto in età repubblicana, a Capua, ove furono allestite per conservarvi il frumento dell’Agro Campano (4).

            Durante il Basso Impero, nella Puglia – immenso granaio del Mediterraneo (5) – di fosse ve ne dovettero essere tante che Teodorico le sottopose a tassazione, attingendovi i ‘fiscalia horrea’ (6).

            Questa straordinaria trasformazione agraria pugliese, che va dal IV al VII sec. d. C. , non trova le sue motivazioni nell’altalena del prezzo del grano, come scrive il De Robertis (7), ma in quel felice incontro di interessi di tutta l’area del Mediterraneo, in quell’innesto di coltura e di commercio fra le province romane del Nord - Africa e la Puglia.

            I numerosi ritrovamenti di lucerne nord-africane, in tutti gli insediamenti tardo-antichi (8), dovrebbero indurci a nuove riflessioni e a riconsiderare la politica di Costantino il Grande, il quale nel 330 trasferiva a Bisanzio la sede dell’Impero.   

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 (3) Italo Palasciano, Le fosse da conservar grano, Fasano Schena Editore 1990. Estratto da Studi di Storia Pugliese in memoria di Maria Marangelli, pag. 2.

(4) Cicerone, De lege agraria, II, XXXIII: Illi (nostri maiores) Capuam receptaculum aratorum … cellam atque horreum Campani agri esse voluerunt …

(5) Al principio del sec. V d. C. la Puglia, accanto all’Egitto e all’Africa, invia grano a Roma (Symmacus, Epist. IX, 29) e in Gallia (Sidonius, Carm. XXII, 171 – 3).

(6) Salvioli, L’Italia agricola nelle opere di Cassiodoro, in ‘Studi Schipa’, pag. 1.

(7) Francesco M. De Robertis, Sulle condizioni economiche della Puglia dal IV al VII sec. d. C. – Atti del I congresso storico pugliese e del convegno della Società Storia Patria. (Terra di Bari – 4 – 8 settembre 1951), Editore Alfredo Cressati – Bari, pag. 47.  

(8) Si pensi allo “Elenco descrittivo di frammenti di lucerne provenienti da Anzano di P.


E, accennando soltanto al commercio del grano pugliese (9), di quel momento storico felice alla nostra agricoltura, mi prefiggo la lettura di un piccolissimo punto: le aziende agricole del Tardo-impero, adiacenti al corso del torrente San Pietro Olivola, modesto affluente della riva sinistra del Calaggio. 

            Mettendo in comunione le testimonianze letterarie, che documentano l’imponente sviluppo agrario della nostra regione (10), con le fonti archeologiche del versante sinistro del Calaggio – tra l’altro, solo marginalmente utilizzabili, perché o inedite (11), o parzialmente pubblicate (12), o semplicemente derivate da ritrovamenti occasionali (13) – si hanno gli indizi essenziali di presenze e di realtà romane della zona.  

 

La ceramica di superficie ci conferma, poi, l’esistenza di otto insediamenti, posizionati ora sulla riva destra, ora sulla riva sinistra del torrente San Pietro Olivola. Più che ville rustiche bisognerebbe chiamarle fattorie agricole. Sono di media estensione e producono frumento, olio, vino. Predomina la ceramica ‘comune’, quasi grezza, indice di una classe modesta, ma laboriosa. Anche l’Ager Campanus – dice Cicerone – era coltivato da uomini di condizione modesta, ma valenti soldati e provetti agricoltori (14).

Privi di dirigenti locali, questi insediamenti, densamente abitati durante il V e il VI sec. d. C., non ebbero corrispondenti medioevali. Né fa eccezione San Pietro Olivola né Santa Maria Olivola, ecc. (15).

La frequenza alta di fattorie agricole tardo-romane, in un punto piccolissimo della Puglia, non si esaurisce nella logica di mercato, ma trova le sue motivazioni in obiettivi economici di un’attenta regìa, in un programma caldeggiato, pare,

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 (Località Riparulo), di Michele De Luca, in Francesco Paolo Maulucci Vivolo, Anzano di P.. Scavi archeologici a Riparulo. Bastogi Editrice Italiana, febbraio 2002. Sponsorizzazione Antonio Melino, pag. 15

(9) Cassiodoro, variae, II, 26. 

(10) Francesco M. De Robertis, La produzione agricola in Italia dalla crisi del III secolo all’età dei Carolingi, Bari 1948. (‘Annali della facoltà di Economia e Commercio’, N. S. VIII, 1949).

(11) M. Mazzei, Saggio di scavo a Santa Maria Olivola, inedito.

(12) Francesco Paolo Maulucci Vivolo, Anzano di Puglia, cit..   

(13) Auciello Michele, Un interessante ritrovamento a Scampitella (AV), Civiltà Altirpina, anno IV – novembre-dicembre 1979, Fasc. 6.

(14) Cicerone, De lege agraria, II, XXXI: Totus Ager Campanus colitur et possidetur a plebe, et a plebe optima et modestissima ; quod genus hominum optime moratum, optimorum et aratorum et militum, ecc..

(15) I due monasteri saranno argomento di un’altra indagine.


dall’imperatore Alessandro Severo (16), il quale allestì, in tutte le province, pubblici granai (17), per conservare le derrate di quei cittadini sforniti di magazzini (18).

Verosimilmente ‘horrea publica’ furono le fosse di Migliano, costruite durante i primi decenni del III sec. d. C., per accogliere anche il frumento delle aziende vicine, in attesa di essere immesso nei circuiti commerciali, tanto più che prossimo era il braccio più lungo della via Herculea.

            Già nella metà dell’VIII sec. d. C., la ceramica di superficie di Migliano denuncia un lento, ma progressivo declino, pur se si ravvisano sprazzi di vita nel IX e X sec. d. C.: alcuni frammenti di tazze rimandano ad ambienti ecclesiastici. Una chiesa?; un monastero?. Ormai le otto fattorie agricole, posizionate sul torrente San Pietro Olivola,  hanno smesso la loro attività, ritiratesi definitivamente dalla storia (!9).  

 

Su tutta la zona, non esclusa Migliano, consacrata dalla storia per il martirio di San Potito (20) e ridotta a demanio,  come documentano la pergamena 41B e la pergamena 7C dell’Archivio di Cava dei Tirreni (21), scende la notte lunga con una pallida alba in epoca angioina.

Nel 1270, infatti, il re Carlo I d’Angiò, volendo potenziare la sua rete masseriale, aumentando gli aratri (22) o creando nuove masserie, il 3 aprile dà ordine a Goffredo de Sasso, Maestro Massaro di Capitanata, di estendere “la cultura

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 (16) Imp. Caesar M. Aurelius Severus Alexander Augustus Parthicus. (13 marzo 222 – marzo 235).

 (17) Lampride, Vita Alexandri Severi, 38: Horrea in omnibus regionibus publica fecit, ad quae conferrent bona ii, qui privatas custodias non haberent.  

(18) Qualcosa di simile, fino agli inizi del 1900, avveniva a Foggia, ove in piazza della Croce v’erano allestite 1.000 fosse per accogliere il grano delle masserie pugliesi. A Cerignola, nel 1940, ce n’erano 752. Cfr Italo Palasciano, cit, pag. 286.

(19) Anche nel piccolissimo mondo della riva sinistra del Calaggio si ha la ricaduta dello scontro senza senso tra Cristianesimo ed Islam, che, tra l’altro, rompendo l’equilibrio del Mediterraneo, spostarono il centro di gravità commerciale verso il Nord. H. Pirenne, Les villes du Moyen Age, Bruxelles, 1927; nella “Economia Laterza”, prima edizione, 1995, pag. 22.   

(20) Acta Sanctorum ianuari, 13, Anversa, 1643. Cfr. San Potito e la cappella di Migliano (Scampitella – AV) di Michele Auciello, in Vicum, Marzo-Giugno 2000, pag. 45.

(21) Cfr. VICO O TREVICO? Le pergamene degli Archivi di Benevento, Cava e Montevergine, di Michele Cogliani, in Vicum, Marzo-Giugno, 2000, pag. 9.

(22) Ogni aratro aveva tre coppie di buoi: la prima veniva aggiogata all’alba e dopo tre ore era lasciata libera nella ‘mezzana’; era aggiogata la seconda, che, dopo tre ore, era sostituita

dalla terza. Il lavoro di una giornata di aratro corrisponde ad un tomolo di terra circa. 


nelle terre della Curia di Calazio Vetere” (23), a tutt’oggi senza ubicazione certa.

            Per me, le terre della Curia di Calazio Vetere pongono tre quesiti: il primo è legato all’appellativo’Vetere’, il secondo al nome ‘Calazio’, il terzo alla loro ubicazione.

Negli atti delle cancellerie del Basso Medioevo e nei diplomi privati o di enti ecclesiastici, spesso s’incontra il termine ‘vetere’, usato per designare manufatti antichi o comunque di età tardo-antica. Nel 1197, infatti, il notaio Goffredo chiama “arcaturum veterem Calabii” (24) il ponte della Herdonitana o dell’Aeclanensis, in località Palino, e, nel 1221, un altro notaio, Alennato, dice “viam veterem Sancte Marie” (25) il presumibile tratto dell’Herculea, che univa Santa Maria Juncarico a Santo Stefano Juncarico, a Sud di Rocchetta S. Antonio.

La forma Calazio è conseguenza della incerta trascrizione fonetica del toponimo ‘Calaggio’, reso, ora ‘Calabius, ora ‘Calagius’, ora Calazio, dalle diverse cancellerie medievali.

Infine, bisogna ammettere che le fosse di Migliano, con funzione di ‘horrea publica’ in età tardo-antica, ben meritano l’appellativo ‘vetere’, sinonimo di un passato relativamente grande. E, naturalmente, ne discende la identificazione della “massaria Calagii” (26), o Calazio Vetere con il fondo Migliano, che in età angioina riconquista il suo posto nella storia. La “massaria Calagii” produce trenta salme di orzo e trenta di frumento (27),   nell’anno 1296, e cento di orzo e cento di frumento (28), nell’anno 1299.

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 (23) I Registri della cancelleria angioina ricostruiti da R. Filangieri, vol. V, n. 409; cfr. vol. XIII, n. 288.

(24) Reg. 31. Documenti Cavensi per la storia di Rocchetta Sant’Antonio. a cura di Carmine Carlone – Edizione Studi Storici Meridionali.

(25) Reg. 34 – Documenti Cavensi per la storia di Rocchetta Sant’Antonio, cit..

(26) P. Egidi, Codice diplomatico dei Saraceni di Lucera, Napoli, 1917, n. 200, pag. 76: 1296, luglio 13, Napoli – Carlo II impone a Giacomo di Benevento da Corneto di assumere l’ufficio di maestro massaro in Capitanata…e di provvedere alla raccolta delle messi delle reali masserie…massaria Calagii in qua sate sunt ordei sal. XXX, frumenti sal. XXX; …     

(27) Una salma è pari ad otto tomoli; un tomolo è pari a cinquanta litri, ovvero 48 chilogrammi.

(28) P. Egidi, Codice diplomatico di Lucera, cit. n. 265, pag. 105: “de massaria Calagii ordei sal. C et frumenti sal. C que victualia sint recollectionis anni nuper elapsi XII ind.. »   

  

Pubbl. su VICUM

(organo dell’Ass. P. S. Mancini – Trevico - AV – Periodico trim. – MAR. – GIU. 2003, pag. 33)

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