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L'AREA TREVICANA E ANZANESE CON LE SUE PREZIOSE
TESTIMONIANZE DARDANIE
A) UNO STEMMA DI TREVICO CON LE TESTIMONIANZE SUL CULTO
DELLE TRE CICOGNE, SUL TEONIMO IDAEA, SULL'INSEMINAZIONE ARTIFICIALE E SUL
TOPONIMO <<TREVICO >>. IL RILIEVO DI GIULIA MAMEA.
1) Le rivelazioni dello stemma
Giovedì
8 Agosto 1991: tre amici partono da Accadia e se ne vanno in macchina
in quel di Trevico per un riscontro epigrafico in Cattedrale sulla tomba
di Vito Cafongelli ,il maggior letteratodel Settecento accadiese,ivi
morto nei primi anni dell'Ottocento. Gli amici sono lo scrivente e i
due provetti fotoamatori Direttori Dott. Leopoldo De Rosa e Salvatore
Mele. La Cattedrale consacrata all'Assunta, è chiusa al culto e ai visitatori
per i lavori di restauro, e il terzetto ne approfitta per una visita
alle adiacenze (esterno dell'antico episcopio e chiesa inferiore con
S. Maria della Libera) e all'ameno paesino di oraziana memoria (col
brutto scherzo della puella Trivicana); per le vie deserte, più cani
che persone.
La visita, che pare sprecata sul piano storico, riacquista valore sul
piano archeologico, per la presenza di alcuni pezzi esposti,murati,
sul muro esterno dell'ex episcopio. I pezzi vengono diafotografati dallo
scrivente e dall'amico Poldino, ma di essi uno in particolare attira
l'attenzione e viene esaminato e riesaminato, perché viene a confermare,
con le sue tre teste cicognine, quanto già intuito e detto da noi sull'origine
del Toponimo << Trevico >>: è appunto il cippo oggetto del
presente saggio.
Si tratta di pietra trapezoidale raffigurante una specie di scudo sormontato
da corona: scudo e corona che si presentano ora un po' eccentrici rispetto
al trapezio per la rottura e la perdita del lato sinistro, sino al bordo
dello scudo: la perdita, a nostro avviso, non è fortuita, come l'abrasione
della corona, in quanto ivi erano contenuti i vocaboli individuanti
del culto pagano; PRIVATA DI QUEGLI ELEMENTI, LA PIETRA POTEVA SEMBRARE
UNA SEMPLICE INSEGNA BARONALE (Trevico è stato capoluogo della Baronia)
o, magari, anche medica per via dei due serpenti intrecciati che avvolgono
il totem centrale; alla presenza dei due serpenti (che però terminano
con testa di cicogna) e a una specie di mano sporgente con puntuto arnese,sulla
destra, anch'essa a testa di cicogna, è dovuta l'iscrizione maggiore,
aggiunta in basso con tono e caratteri chiaramente moderni: ( DECET
) FER(i)TAM (vulgarismo per vulnus,<<ferita>>) NON ULCISCI,
SED SANARE, per spiegare che quel puntolo sulla destra è fatto <<non
per vendicare la ferita, ma per sanare>> (ep. I). Della descrizione
originaria, coinvolgente corona, lato sinistro e lato destro, rimane
solo la seminascosta e meno imbarazzante parola AFEA (ep, II) verticalmente,
lungo il bordo dello scudo, con A finale interferente in RE di SANARE;
i quattro vertici ( ne rimangono due) erano ornati con una specie di
fibula cocleiforme (la chiocciola spicca marcatamente nel vertice inferiore
destro; per una simbologia sacrale connessa con prezioso epiteto AFEA,
di cui ci occuperemo fra poco. La grande epigrafe originaria doveva
essere così consegnata: nome della dea ( HEKÁBE-Ecuba, o equivalente),
sulla corona, ACCA ( =MATER, <<Madre>>), verticalmente lungo
il lato sinistro, AFEA ( =LIBERA = <<Liberatrice>>), verticalmente,
sul lato destro:dunque <<Ecuba, Madre Liberatrice>>.
Sulla
corona,abraso il teonimo individuante, rimane l'ombra delle figure che
la ornavano: testa destrorsa di cicogna, con sottostante testa di bimbo,
a sinistra, grande teschio sormontato da pesce sinistrorso, al centro,
come conferma d'una profonda presenza orfica, e un profilo maschile
davanti a busto femminile, pure destrorso, a destra. Siamo in clima
di piena simbologia orfica: nascita, morte, reincarnazione (questa attraverso
la procreazione coniugale). Quella sequela di segni, in alto, dopo la
corona non è una data in cifre arabe (a prima vista si penserebbe al
1750), ma è un vocabolo chiuso dalla solita fibula cocleiforme ornamentale;
il vocabolo è EUESTÓ, forse la dea stessa della felicità (cfr. il culto
di S. Felicita nella vicina Villamaina): divinità con diadema e chioma
radiata, quasi fosse identificata con Artemide lunare. Sul diadema e
vicino, un paio di piccoli vocaboli ancora illeggibili (ep. IV a b).
Passiamo ora all'esame dei segni all'interno dello scudo, simbolo di
protezione.
Il totem intorno a cui sono attorcigliati i due serpenti ciconicefali
è come un lungo tronco privo di mani e di piedi, avente una analogia
con l'Artemide Efesina ove si eccettui achiria, apodia e la mancanza
di polimastia; il capo pare inghirlandato di fiori, proprio come ad
esprimere quel senso di felicità indicato dal vocabolo evestÓ ( anche
il nome del Santo Patrono di Trevico, Euplio, esprime la stessa <<
pienezza >>, ove riportato ad éupleios, anziché - come è possibile
ad éuploios, << dalla buona navigazione >>, come l'Afrodite
di PAUS., I . 1 , 3 ). Sul petto della totemica dea, i due vocaboli
HORA (<< fior di giovinezza>>, sopra e, sotto, GRAÁ per
GRAIA, << vecchia >> (ep. V a b); in sostanza pare alludersi
a dea che, invecchiata, ringiovanisce, col ritorno dei fiori e della
primavera (di qui anche il motivo delle cicogne); per GRAA si veda ECA
GRAA, <<Eca(te) vecchia>>, nella successiva epigrafe di
Anzano: per HORA, si tenga presente che la moglie di Romolo Ersilia
(teonimo alludente alla ierospermia attraverso la << rugiada iliaca>>)
ebbe con l'apoteosi il nome divino di Hora per l'acquisizione dell'eterna
giovinezza.
Prima di passare al secondo anello formato dall'intreccio dei due serpenti
ciconicefali, conviene parlare di questa nuova e singolare iconografia.
Innanzi tutto le due teste, disposte come sono a tenaglia, richiamano
singolarmente lo scorpione, anch'esso motivo orfico (ama i luoghi nascosti
e ombrosi in armonia col nome Orfeo, l'<<Oscuro>> o <<
Tenebroso >>) e dardanio (per via del cinque delle sue punte (i
reperti erotico-sacrali insistono sulle cinque vie dell'amore, numero
presente anche nel pumpe o <<cinque>> di Pompei con la sua
Venus Fisica Pompeiana).Nuovo è il motivo della fusione in un solo essere
di due animali tradizionalmente nemici: la cicogna è detta raffigurata
anguicida (cfr., fra l'altro lo stemma di Lacedonia, l'antica Akudunnia,
che dalla cicogna prende nome con la mediazione di akÉ, <<punta>>,
il lungo becco dell'uccello), e da questa inimicizia deriva culto e
nome la dea Angitia,detta anche Ancia e Anx(i)a, donde il nome Anxanum
(per Anzano e per Lanciano,colonie dell'antica Anxa presso Sipontum);analogamente
deriva dalla cicogna il nome di un'antichissima divinità romana, Angedona
( o Angerona, la << mangiatrice di serpenti >>), che è anche
uno dei tre mistici nomi dell'Urbe (insieme con Flora e Amor, inversione
suggestiva di Roma; cfr. SOLIN., Polyist., 1).
L'anello centrale formato dai due serpenti, sotto l'intonaco o vernice
(rimasta qui più abbondantemente), rivela il vocabolo VIA (ep. VI a),
con allusione alla zona inguinale della dea; e, prima del cerchio, compare
una A, che, con VIA, forma l'aggettivo ÁVIA, <<senza via>>,
<< impenetrabile >>, come a significare che l'utero, prima
ostruito, è stato reso accessibile grazie a quell'arnese stretto dalla
destra sporgente a forma di becco di cicogna: becco che chiude un intero
corpo di cicogna, la cui coda poggia sul bordo sinistro dello scudo.L'arnese
medico,un po' simile alla peretta del clistere, è collegato iconograficamente
alla cicogna in ricordo d'un altro uccello, l'ibis (a cui i Dardani
sostituirono la cicogna); ibis,che, per l'immonda abitudine d'inserirsi
il becco nella parte meno nobile (cfr. le due opere omonime di Callimaco
e Ovidio contro amici altrettanto immondi),avrebbe insegnato ai medici
egizi l'uso del clistere.Lo stesso arnese è stato celato sotto la veste
della destra di Ermes nel celebre rilievo di Orfeo ed Euridice, in cui
- come risulta dall'esame microarcheologico e dal nostro studio - è
chiamato ELATER <<elatére>>, arnese per spingere o iniettare
(ep. I,1 ); un arnese analogo è rimasto in uso nelle campagne dauno-irpine
col nome di << schiacciarlo >> (schizzatoio): è un aggeggio
fatto con un bastoncino di sambuco funzionante ad aria compressa e con
stoppa all'inizio e alla fine del condotto, stoppa chýtEs (<<iniettore
per matrice>>) dal grande medico Galeno ( X, 326). Nel tondo inferiore
si leggono i segreti del mestiere (a uso dei sacerdoti, che erano al
tempo stesso medici: sacerdoti forniti di tavolette didascaliche sulla
lettura di questi cippi misterici e sull'impiego degli arnesi). Guardando
da sinistra, vi si scorge un capo virile destrorso, sul quale si legge
AFÉTES (<<iniettatore>>) e sulla fronte SOLÉN (<<tubo>>;
ep. VII a b): << tubo iniettatore >> indicante appunto l'arnese
stretto della mano (quello stesso chiamato ELÁTER sulla cintura di Ermes
nel rilievo di Orfeo ed Euridice; cfr. cap. XXIX D): tale arnese rendeva
PERVIA la VIA delle donne dall'utero malformato (come quello di Euridice
(estroflesso e troppo ampio: come suggerisce il nome dell'infelice sposa
e come confermano le didascalie) sOlÉn, << tubo >>,era detto
dai Greci anche un mollusco marino cubiforme (sul tipo di quello chiamato
volgarmente anche <<cannolicchio >>), la cui figura è riportato
ai piedi dello scudo, sotto il totem, che lo divide in due. Guardando
da destra la parte superiore dei due serpenti ciconicefali e la corona,
vediamo la <<tenaglia>>, formata dai due colli contenere
un volto femminile destrorso e la corona mutarsi in un gran capo maschile
sinistrorso con cappello a punta dardardanio (il pileus o tutulus):
quasi una specie di Cibale e Attis contrapposti e toccatisi naso mascolino
(rientrana aguzza dello scudo) con naso femminile.Altri segni della
serie individuata compaiono, guardando da sinistra, lungo il vocabolo
SANARE della grande epigrafe aggiunta in età moderna (la I) e lungo
la parte bassa del lato destro: si tratta dell'epigrafe TEKNÍTE IDÉIA
SEMÍA (ep. VII), <<simbolo (sÉméia) procreativo (teknitE, da téknon,
" figlio") ideo>> (cioè della Gran Madre Idea): simbolo
che consiste nella lumaca vestita, già qui indicata, della fibula cocleiforme
(la ricordata figura 4 d).
La lumaca vestita o chiocciola già da noi notata come simbolo erotico
nelle figure II della scena VI (la teofania) e la I della VIII ( con
Ottavia degradata) della pompeiana Villa dei Misteri - ben si prestava
alla simbologia erotica e in particolare a quella ierospermatica per
il ricco liquido che secerne e da cui deriva il nome nei dialetti meridionali
(<<ciammaruca>>, da kýamos, <<liquido riproduttivo>>
ed eruca,<<bruco>>, anche se si può pure pensare a un incrocio
con camera, per via della casa), vi è inoltre un altro particolare che
poteva meglio collegarla con un utero ostruito: il panno di cui si ricopre
per interrompere ogni rapporto con l'esterno; basta forarlo perché di
nuovo vi passino liquido e animale: panno che, significativamente, come
quello del latte e dell'ombelico, viene chiamato dai Greci gra(ia)a;
<<la vecchia>> (donde il GRAA di questo reperto e del successivo
cippo della Contrada <<Mastralessio>> di Anzano). In effetti
tale ostruzione, nel caso dell'utero, trasformava anatomicamente in
vecchia una donna pure anagraficamente giovane, e l'inseminazione artificiale,con
l'ausilio della ierospermia, pareva farla ringiovanire.
Una significativa epigrafe compare sul bordo inferiore dello scudo:
CONIA (vulgarismo per CICONIA, come a Preneste) ET VER FERT EXATEIA
(X = K;ep. IX). <<la cicogna e la primavera porta(no) le feste
di Ecate>>, coi riti connessi.
I termini registrati AFÉA (epiteto della dea) e AFÉTES (attributo di
SOLEN) hanno significato uguale,derivando entrambi da aph-íEmi, <<mettere
in libertà>>; in particolare AFEA - traslitterazione latina del
greco APHÁIA - s'incontra in PAVS., II, 30, 3, e in ANT. LIBER., 60.
quale epiteto di Artemide (la stessa dea venerata anche come Diana,
italicamente, a Trevico e nella zona) rispettivamente ad Egina e a Creta,
ove Artemide era nota come Dictynna (per via d'una rete, come per Danae
e Perseo) e come Britomarti. Questi collegamenti non vanno intesi come
mera derivazione dei culti dauno-irpini dall'area egeo-cretese, ma come
espressione parallela di culti derivati, contemporaneamente, dalla comune
matrice balcanica e anatolica; l'influenza greca si fece sentire in
tempi posteriori all'istituzione di quei culti. E procediamo, in chiusura,
a tirare le somme di quanto ricavato dal prezioso Cippo di Trevico,
la cui sigla può essere CI-TR-APH (Cippus Trevicanus Aphaeae). Il titolo
di Madonna della Libera assegnato dalla devozione popolare alla B.V.
è una derivazione dell'epiteto AFEA (per APHAEA), il cui valore originario
era quello di << Colei che rendeva libera la via uterina >>
alle donne apparentemente sterili, e ciò tramite quell'arnese a becco
di cicogna (la soluzione medica veniva, ovviamente, fatta passare per
miracolo dai sacerdoti-medici pagani). Si ricordi in proposito che nella
non lontana Ascoli era attestato il culto di Asclepio-Esculapio (cfr.C.I.L.,
Ix, 1404) e che, per il corso d'acqua che scorre nei pressi (L'Althainos,
detto oggi Carapelle), è attestato da Licòfrone (Alex., 1047-1055) il
culto di Podalirio, figlio di Esculapio (Podalirio è poi coinvolto,
eufemisticamente nel rito puberale della néa sáthE o <<novella
verga>> e della néa iría) o <<novello giglio>>). Anche
il culto di S. Euplio (Patrono della cittadina e venerato in tutta la
Baronia) trova precedenti nella EVESTÓ (<<benessere>> e
<<abbondanza>>) del cippo, ove si riporti il nome Euplio
ad éupleios (<<abbondante>>, <<benestante>>).
Inoltre , la cattedrale di quella che fu una città episcopale sino al
primo Ottocento, è consacrata all' Assunta, la cui festa (il Ferragosto)
coincide con le feste per Ecate Asteria (dea degli astri o celeste):
conferma indiretta, ma non meno probante, che la Magna Mater venerata
in forma verginale (Artemide-Diana) a Trevico era quell'Ecate - Ecuba
della cultura e della religiosità dardania: dea chiamata Acca, come
ad Accadia (Acca Idaea), se l'agro - un tempo assai ampio - di Trevico
nei documenti è ricco di contrade col prefisso Acqua (corruzione ovvia
di Acca; (cfr. Acquara, Vico Acquidio ecc.); quindi non abbiamo visto
male - crediamo - nel pensare che sia Acca il teonimo caduto con la
perdita - non fortuita - del lato sinistro della pietra.
Da ultimo il nome << Trevico >>, di solito riportato a tres
vici, per i presunti tre abitanti che ne formavano l' Universitas, e
da qualche dotto a Trivia, la triforme dea venerata nei trivii (e, in
sostanza coincidente con Ecate-Ecuba), a noi già prima, pareva potesse
esser riportato direttamente a Tri-(V)Eca o Tri-Vica, <<Ecate
triforme>> o << triplice >>; ora la comparsa del cippo
anzanese della contrada, << Mastralessio >> (Mater Alexia,
<<Madre Salvatrice>>!) conferma l'intuizione col chiarissimo
teonimo Eca, detto anche Veca e Vica o Via (per il diagamma originario
risolto in v o caduto: Ia e Via è attestato nelle iscrizioni venetiche
(cfr. PISANI cit., p. 266 con Trumus-Ika, Irumus-Ikatei, Trumus-Icatei,
Trumus - Ia ecc.), in cui Trumus vale << Triplice >>).
Ma una conferma maggiore la offrono le tre cicogne del nostro cippo,
in cui ogni cicogna corrisponde a un aspetto di Ecate-Ecuba triforme,
come attesta anche il culto delle cicogne a Roma, col sacello ad tres
ciconias (cfr.Pad. VICT., De urb. Romae regionibus, regio (rione) IX;
e, come si diceva, uno dei nomi antichi dell'Urbe, Angerona o Angedona
è legato alla cicogna); anzi il nostro cippo ci suggerisce che la frase….TRIKIKOS….
ICATEI d'una iscrizione venetica (cfr. PISANI cit., p. 266) va intesa
in relazione a <<Ecate dalle tre cicogne>> e non <<dai
tre ciuffi>>, come comunemente inteso; si ricordi che il duomo
di Aquileia presenta mosaici col motivo delle cicogne, confermando,
così , che il toponimo Aquileia deriva, come per Aquilonia-Akudunnia-Lacedonia,
dalla cicogna, attraverso aki, <<becco puntuto>>, e non
dall'aquila).
E, nella nostra antica intuizione Trivicum lo mettevamo in relazione
col tessalico toponimo
Tri( c )ca, la città di Ika o Eca triforme, nota anche per il culto
di Esculapio (ancora l'aggancio di Ecate con la medicina; e, per il
tempio di Esculapio, v. anche LIV., XXXII, 19; XXVI, 13). Ovviamente,
anche in questo caso, si tratta di culti dardanii paralleli e non di
una forma di derivazione.
2) Il rilievo dell'iniziazione di Giulia Mamea decenne
all'amore in ierogamia col futuro marito Gessio Marciano
Mercoledì 5 agosto 1992: ritorno a Trevico con gli stessi
amici fotoamatori, già Dirett. Bancario Dott. Leopoldo De Rosa e già
Dirett. Postale Salvatore Mele, in occasione della ripresa con diapositive
del Cippo di Eca, nella Frazione <<Mastralessio>> di Anzano, e
sempre per una ricognizione della tomba del letterato accadiese Vito
Cafoncelli; ma l'ex cattedrale della B.V. della Libera è ancora chiusa
per il restauro in corso, e ne approfittiamo per riesaminare reperti
murati sul muro destro dell'ex episcopio, ove era già stato esaminato e
ripreso il reperto prima presentato, e ne è venuto fuori l'esame e la
presentazione del nuovo interessante pezzo: si tratta del bassorilievo
inserito in una cornice a forma di quadro; materiale ne è l'arenaria; la
dimensioni sono presso modo, di 30 cm per lato, trattandosi di quadrato.
La scena è eloquente nelle due figure: busto di uomo maturo con barba
alla destra di donna più giovane stringente nella sinistra e portante
sotto il mento un vistoso fallo serpentino, dalla conica punta, staccatesi
dall'inguine dell'uomo; la chioma fluente dell'uomo è disposta in modo da
rendere l'immagine d'un turbante orientale e la chioma della fanciulla,
cadente sull'omero sinistro, pare anche la sinistra di lui protettivamente
poggiata sulla spalla di lei. Lo sguardo pensoso e intenso di lui fissa
l'osservatore, quello pensoso di lei si perde come in visioni lontane. La
destra dell'uomo vestito, raffigurata come stilizzato coccodrillo, punta
verso l'inguine di lei (pure vestita) raffigurato come tartaruga, simbolo
ricorrente nella misteriosofia onde alludere ad amori innaturali. La
chioma di lei sull'omero sinistro forma un volto sinistrorso, certo il
padre di lei Giulio Avito.
L'esterno della cornice, a sinistra, presenta tre profili destrorsi (quasi
proiezione del trimorfismo della tricipite Ecate; la parte destra della
cornice pare un fallo fornito di testa umana ghignante. E, sin qui, siamo
ancora nell'ambito generico della ierospermia come in un ambiente della
casa B delle case a terrazze ad Efeso (l'ambiente col mosaico di Tritone
trainante Anfitrite su ippocampo), ove una semiparete presenta la testa
destrorsa e turrita della dea col volto formato da mano stringente un
fallo. Sul bordo del tramezzo sottostante, si legge la parola TELIKA (=thEliká,
<<atti da fellatio>>), che chiarisce l'etimo del nome della
città (Éphesos da éphesis, eiaculatio). Il tutto è visibile nella foto
pubblicata a p. 38 (e in copertina) della Guida in edizione inglese -
curata per il Muse di Efeso, da S. ERDEMGIL e AA. VV. col titolo The
Terrace Houses in Ephesus, Instanbul 1986. Ad Efeso si recavano una volta
all'anno le Amazzoni, per farsi ingravidare e perpetuare la stirpe,
sopprimendo o esponendo i neonati maschi.
Ma il pannello di Trivio storicizza il rito fornendo anche il nome degli
amanti ierogami e spiegando il perché del crudo atto della donna, in
relazione col Cippo anzanese di Eca, che esamineremo nella sezione B del
cap. XXI; infatti lungo la cornice superiore è scritto in minuscole
greche e maiuscole latine ?s?a?e?? VT IXETA (=Hecate) ??x?µ???~ ( =
ischaléuo, ut Hécate enkymonÊ ), <<mungo perché Ecate resti
ingravidata>>; ep. I), e ciò perché la ierospermia era intesa come
rito per fecondare la terra <<invecchiata>> e stanca dopo il
ciclo agrario (cfr. il Cippo di Eca vecchia nella Frazione
<<Mastralessio>> di Anzano ). Il verbo ischaleúO era già
comparso sulla Statua di Accadia, a proposito delle epigrafi di Maricia
(uno dei nomi assunti dalla fuggitiva Sallustia, vedova dell'ucciso
imperatore Alessandro Severo); solo che allora la frase ischáleue néous
(SAE, IV, 82) non potevamo che intenderla, innocentemente,
<<allattava i piccoli>>, invece che come effettivamente vale
cioè <<mungeva i giovani>> (nel sacro meretricio). Sulla
chioma di lui è scritto in neri caratteri greci ???O?ÓS ( TYRORÓS ),
<<portinaio>>, <<sagrestano>>, ep. II a) e ,poi,
nella parte destra della fronte MARC(ianus), ep. II b), con riferimento a
Gessio Marciano, sposo poi di Giulia Mamea (cfr. LAMPR. Alex., 5 e VLP.,
Dig.,I , 9 , 12 ) e padre putativo di Alessandro Severo, figlio naturale
del cugino di Mamea Antonino Caracolla (cfr. HERODIAN., V, 7, 3 ,); lungo
il lato sinistro della barba e sotto di essa è scritto (TE)TÝXAKA ( =
TETÝCHEKA, ep. II c); <<ho raggiunto lo scopo>>. Sull'omero
sinistro di lei, in quella che è un po' la sinistra protettiva di lui e
un po' la chioma di lei, è scritto in caratteri latini (A)VITA/IULIA (ep.
III a) e, sotto , ancora (A)VITA (ep. III b), a indicare Giulia Avita
Mamea,figlia di Giulio Avito dei re sacerdoti di Emesa, in Siria.
In basso è scritto poi a croce A/ETE/X (ep. III c), in cui Mamea viene a
dire, enigmisticamente, <<Io A(vita) di anni X (il greco (u)étE,
dopo A, viene a formare qualcosa di simile ad Avita)>>.
In sostanza il cippo c'informa che la principessa Giulia Mamea viene
sedotta in ierogamia dal sacerdote Gessio Marciano (qui tendenziosamente
fatto passare per sagrestano); e ciò spiegherebbe il motivo
dell'adulterio poi commesso da Mamea con l'imperiale cugino Caracalla, dal
quale ebbe Alessandro Severo. La ierogamia fra Mamea e Marciano non
sappiamo se avvenne proprio a Trevico o, com'è più probabile ad Emesa.
Tra le fronti di lui e di lei, un volto piccolino con sotto HPA (= Hera)/M(a)ESA
(ep. IV), cioè Giulia Mesa (madre di G. Mamea) in sembianze di Era.
Lungo il bordo inferiore, sotto di lui, HERE ATTIS (ep. V), <<la
Signora>> (cioè Mesa quale incarnazione di Era) e Attis, forse con
riferimento alla circoncisione di Marciano.
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