Proverbi

• A èsse tròppe bbuóni si passa pi fféssi. A essere troppo buoni si passa per scemi (Spesse volte, il nostro modo di comportarci da persone civili viene scambiato per ‘fessaggine’. A questo punto, chi s’è fatto un tale concetto di noi, cerca di approfittarne. Il proverbio, comunque, vuole soltanto insegnarci a essere più accorti, non ad essere cattivi, verso il prossimo.

• A la casa ri li pizziéndi nu’ mmànghine tòzzira. Alla casa dei pezzenti non mancano tozzi (di pane) (Il proverbio mette in risalto il grande senso di ospitalità che è innato nella gente umile.).

• A la fèsta ca nu’ nzi mmitàto nu’ ngi scì ca si ccacciàto. Alla festa, a cui non sei stato invitato, non andarci, perché potresti essere cacciato (Il proverbio si riferisce, naturalmente, ad una festa privata, a cui è bene andarci soltanto dietro invito, senza il quale, anche qualora ci si consentisse di parteciparvi, correremmo il rischio di non essere ben accetti.).

• Ama chi t’ama e rrispùnni a cchi ti chiama. Ama chi ti ama e rispondi a chi ti chiama (Ognuno di noi ha il dovere di ricambiare tutte quelle attenzioni che vengono usate nei nostri riguardi. Comportandoci diversamente, saremmo degli ingrati verso chi ci è stato vicino, nei momenti difficili in modo particolare. Nel proverbio è sottinteso, senz’altro, un ‘soprattutto’, nel senso che il nostro amore va nutrito anche per altre persone, specialmente per coloro che soffrono o che vivono in condizioni di estremo disagio.).

• Amìci e ccumbàri si parla chiare. Amici e compari si parla chiaro (Con tutti, soprattutto con gli amici e con i compari, è bene spiegarsi chiaramente, per evitare possibili malintesi.).

• Andó ni màngine quatte, ni màngine cìnghe. Dove ne mangiano quattro, ne mangiano cinque (Ad una persona sola, si fa spazio facilmente, se c’è la buona volontà; quando questa manca, non se ne fanno, grazie, a nessuno. E quando si parla di spazio, non ci si riferisce soltanto al posto a tavola, ma, per estensione, a tutto ciò che è possibile fare per gli altri.).

• Andó trase lu sóle nu’ ndrase lu miériche. Dove entra il sole non entra il medico (Nei limiti del possibile naturalmente, dobbiamo scegliere una casa esposta bene, in riferimento ai quattro punti cardinali, perché il sole, insieme con l’aria, rendendo più igienici e quindi più sani i vari ambienti dell’abitazione, ci aiuta a prevenire le malattie.).

• Aqqua passàta nu’ mmàcina mulìne. Acqua passata non macina mulino (Non bisogna stare a pensare alle occasioni perdute, agli errori fatti; bisogna guardare avanti.). || Sin. A cchiange lu muórte, só llàcrime pèrse. A piangere il morto sono lacrime perdute (Quando siamo stati colpiti da una sventura, quando abbiamo commesso uno sbaglio, dobbiamo subito reagire, dobbiamo, cioè, armarci di coraggio, darci da fare, cercare di non ripetere gli stessi errori e trovare nuove occasioni per realizzarci.).

• Casa quand’àbbiti e ttèrra quande vìri. Casa (grande) quanto abiti e terra quanto vedi (Almeno fino a quando le ‘nostre finanze’ non ce lo permettano, ci conviene avere una casa comoda ma non molto grande e possedere, invece, molta terra. E ciò perché i costi per la manutenzione dell’abitazione diventerebbero insostenibili; d’altro canto, avere parecchia proprietà terriera, significherebbe poter contare su entrate più consistenti.).

• Chi lassa la vìja vècchia pi la nòva, sape che llassa e nu’ nzape che ttròva. Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che troverà (Stare molto attenti alle novità. Prima di cambiare, riflettere attentamente, in modo particolare quando si tratta di una decisione importante, cambiare datore di lavoro, ad esempio, o addirittura tipo di lavoro, trasferirsi in un altro posto, senza una motivazione valida, cambiare facoltà, sperando di incontrare minori difficoltà, nello studio.).

• Chi lègge mbara e cchi camìna ndènne. Chi legge impara e chi cammina intende (Il proverbio sta a significare che i mezzi per imparare sono tanti: si impara andando a scuola, viaggiando, stando con la gente, leggendo testi della disciplina che vogliamo approfondire, ascoltando la radio, guardando la televisione, collegandoci con Internet, ...).

• Chi nu’ nvràbbica e nnu’ mmarìta, lu munne nu’ lu sape mica. Chi non fabbrica e non marita, il mondo, non lo conosce per niente (Il proverbio ci fa capire che per fabbricare e per maritare ci vogliono tanti soldi, tanto tempo e tanta pazienza; ci consiglia, quindi, se abbiamo figlie da maritare e casa da costruire, innanzitutto di risparmiare ‘soldini’, il più possibile, per averne a sufficienza, al momento del bisogno e poi di avere la pazienza di Giobbe.).

• Chi s’àliza ri matìne s’abbùšca lu carrìne. Chi s’alza presto, busca il carlino (Chi, la mattina, s’alza a tempo debito, avrà la possibilità di assolvere meglio i suoi compiti: quando, ad esempio, deve andare da qualche parte, se deve viaggiare con un mezzo pubblico, non lo perde, se va con un mezzo proprio, partendo in tempo, meglio se in anticipo, può viaggiare ad una velocità più bassa, correre, quindi, meno pericoli, risparmiare carburante, arrivare prima e parcheggiare comodamente la macchina; quando deve recarsi al lavoro, se è un dipendente, arriva in orario, per timbrare il cartellino, se è un lavoratore autonomo, inizia presto a svolgere la sua attività, senza perdere possibili occasioni di guadagno.).

• Chi si nnarde còre di re ccarna ri l’àviti, re ssóje si re mmàngine li cani. Chi si dispiace delle carni degli altri, le sue se le mangiano i cani (Chi si preoccupa eccessivamente dei problemi da cui sono afflitti gli altri, e preoccuparsi, naturalmente, significa fare qualcosa, rendersi disponibile, rispondere con un sì alle richieste d’aiuto o anche offrirlo spontaneamente, - va da sé – costretto, com’è, per mancanza di tempo, a trascurare le proprie cose, toglie denaro alla propria famiglia.).

• Chi vàj’a ccaccia ri pili e ddi pénne, niénde s’accàtta e ru ssùje si vénne. Chi va a caccia di peli (chi va troppo appresso alle donne) e di penne (di selvaggina), non si compra niente e il suo si vende (Il proverbio vuole farci capire che il lavoro è il valore più importante della vita; certamente dobbiamo trovare anche il tempo per lo spirito, per l’amore e quello per lo svago, senza sottrarne, però, al lavoro. Ho detto il più importante, in quanto ognuno di noi, nella vita, ha il sacro santo dovere di svolgere dei compiti. Prima il dovere, quindi, e poi il piacere.).

• Fin’a Nnatàle né ffridd e nné ffama. Fino a Natale né freddo e né fame (Il proverbio si riferisce soprattutto ai tempi difficili di una volta, quando, per tante famiglie indigenti, il problema del vitto e quello del riscaldamento erano molto difficili da risolvere. Il problema si acuiva soprattutto dopo Natale, quando incominciavano a scarseggiare le poche provviste che era stato possibile procurare, durante la bella stagione, e quando incominciava il grande freddo. Pure oggi, qui da noi, ci sono delle situazioni difficili – vedi i barboni, per esempio, – ma bisogna andare nei Paesi del Terzo mondo, per ritrovare, un po’, i nostri problemi di qualche decennio fa.).

• L’amicìzzija si mandène si nu panàre vàje e ùne vène. L’amicizia si mantiene se un paniere va ed uno viene (L’amicizia, dobbiamo saperla coltivare: se, nei momenti difficili, ci siamo rivolti all’amico e questi si è messo a nostra disposizione, altrettanto abbiamo il dovere di fare noi, se l’amico dovesse, a sua volta, trovarsi in stato di bisogno.).

• L’aqqua tróvila vàje nnandi e l’aqqua chiara vène appriésse. L’acqua torbida va avanti e l’acqua chiara viene appresso (Bisogna fare tutto alla luce del sole, si deve sempre dire la verità, ci si deve comportare sempre secondo le regole, non solo perché prima o poi si viene scoperti, ma soprattutto perché è la maniera giusta di agire.).

• La cunvirènza è la mamma ri la mala crjànza. La confidenza è la mamma della mala creanza (Quando manteniamo le distanze, quando, cioè, non trattiamo con tutti, possiamo apparire dei superbi, possiamo essere giudicati persone senza carità cristiana; quando, invece, diamo confidenza, succede che l’altro, non molto ben educato, se ne prenda troppa. Allora come comportarci? In medio stat virtus “In mezzo sta la virtù” – dicevano i Romani. Daremo, cioè, confidenza, ma, almeno per i primi tempi, staremo guardinghi.).

• Li bbišcòtti che nu’ ndi mangi a Ppasqua, nu’ ndi ri mmangi cchiù. I biscotti che non ti mangi a Pasqua, non te li mangi più (Ogni cosa a suo tempo.).

• Mèglie fridde ri séra ca calle ri matìna. Meglio freddo di sera che caldo di mattina (Se, per esempio, stiamo svolgendo un’attività all’aperto, di sera, prima di smettere di lavorare, anche se ci sentiamo molto stanchi e anche se le condizioni atmosferiche non sono proprio ottimali, se abbiamo molto da fare, non sarebbe male, anche se con un certo sforzo, fare ancora qualch’altra cosa, che ci troveremmo espletata per il giorno dopo, quando le condizioni fisiche nonché il tempo potrebbero essere peggiori.).

• Trica e bbènga bbòna. Aspetta e venga buona (Non è consigliabile precipitarsi, nel fare le cose; è bene aspettare un certo tempo per riflettere un attimino sul da farsi, nella speranza che ci tocchi una buona sorte. Al contrario, se la fortuna, cioè, non ci avrà assistiti, avremo perduto soltanto tempo prezioso, nel senso che difficilmente si presenteranno di nuovo tutte quelle occasioni che non abbiamo accettato ma che erano ugualmente abbastanza buone.).

• Tu pi mmé, ìje pi tté, ricòtta tòsta. Tu per me, io per te, ricotta dura (Spesso un servizio resta da fare, perché ognuno pensa che lo debba fare l’altro.).

 

Modi di dire

• A ffréca cumbàgne. A fregare il compagno (Pensare al proprio tornaconto, senza minimamente preoccuparsi degli altri.).

• Avàsscia li ragli. Abbassa i ragli (Non ti credere, perché non hai i titoli per essere altezzoso.).

• Carcà li màttili. Premere ‘li màttili (Le spighe, che la spigolatrice riusciva a tenere in una mano, costituivano ‘lu màttile’ “il mazzo”.) (Dire quello che c’è da dire, nei riguardi di qlcu, esprimere, cioè, il proprio giudizio senza riserve e senza fare sconti a nessuno.).

• Cché m’aspiétti!? Aspiétti ca spica ru ssale? Che cosa aspetti? Aspetti che spighi il sale (Naturalmente il sale, non non spigherà mai, perché non è una pianta cerealicola, come non arriveranno mai le calende greche, perché nel calendario greco non c’erano: nell’un caso e nell’altro, quindi, il rinvio significa solo non voler fare qlco, non voler soddisfare un impegno preso, per esempio.)?

• Chi la vòle còtta e chi la vòle crura. Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda (Chi la pensa in un modo e chi in un altro.).

• Ci canusscìme bbuóne, sìme priéviti paisàni. Ci conosciamo bene, siamo preti paesani (È un invito al borioso a non darsi arie soprattutto con chi lo conosce troppo bene.).

• Ci l’amme fatta résila résila. Ce l’abbiamo fatta appena appena (Per qualsiasi operazione è meglio muoversi con un buon margine di sicurezza, che ci consenta di raggiungere l’obiettivo, con tranquillità, senza patemi d’animo, cioè; in caso contrario, quando cioè i margini sono ristretti, rischieremmo di non farcela e anche quando fossimo riusciti nello scopo, avremmo accusato un grande affanno.).

• Cu na còssa ngìmma e n’àta sótta. Con una gamba sopra e l’altra sotto (Senza far niente.).

• Cume lu vìri lu scrìvi. Come lo vedi lo scrivi (Riferito a persona semplice, senza alcuna malizia.).

• È la cróna ri li cristjàni. È la corona dei cristiani (L’espressione è riferita ad una persona ritenuta molto buona.).

• È n’atu paro ri màniche. È un altro paio di maniche (È un’altra cosa.).

• È tròppe bbèlle pi èsse alluère. È troppo bello per essere vero (È l’espressione tipica dell’incredulo.).

• Grazzij’a Ddìje, cu la lénga pi ttèrra. Grazie a Dio, con la lingua per terra (L’espressione sta ad indicare che è andata in porto una nostra operazione molto difficile e che tale risultato è stato possibile ottenerlo, solo grazie all’aiuto di Dio, che, pertanto, va ringraziato come si deve.Un tempo, ma ancora oggi, anche se, per motivi igienici, di rado, soprattutto quando si andava in pellegrinaggio, per aver ricevuto qualche grazia, si ringraziava il Signore, la Madonna o il santo di turno, non solo recitando preghiere, ma anche strisciando la lingua per terra; si pregava allo stesso modo anche quando si chiedeva la grazia.).

• L’àve fatte tòrce. L’ha fatto torcere (L’ha impaurito a tal punto, da convincerlo a desistere da certi propositi, a non compiere, ad esempio, certe azioni che potrebbero danneggiarlo o semplicemente arrecargli dispiacere.).

• M’aje truwàte pi na sgrillatùra ri šcuppètta. Mi hai trovato per una ‘sgrillatura’ “il tempo necessario a tirare la levetta che serve a fare scattare il cane”) di schioppo (Mi hai trovato per un pelo, per una manciata di secondi.).

• M’ànne puóste nghiàne. Mi hanno messo in piano (Mi hanno messo sul lastrico.).

• M’àve habbàte, nu’ ng’è minùte cchiù. Mi ha gabbato, non è venuto più.

• Mi l’agge firnùte nètte nètte. Me lo sono finito netto netto (Finire del tutto qlco: di un cestino di ciliege, per esempio, non lasciarne neanche una).

• Mi n’à dditte ciénd’e bbindinòve. Me ne ha dette centoventinove (Me ne ha dette di tutti i colori.).

• Mitt’a ffà a mmangià. Metti a fare da mangiare (Incomincia a preparare da mangiare.).

• Mò l’amme fatta tónna! Ora l’abbiamo fatto tondo (il cerchio) (Si usa quest’ espressione, al sopraggiungere di una persona, la cui presenza può essere sia gradita che sgradita.)!

• N’amma purtà nguógghie une cu l’àvite. Ci dobbiamo portare in collo (sulle spalle) l’uno con l’altro (Ci dobbiamo tollerare a vicenda.).

• Na bbèlla nzénga. Un bel po’.

• Nu’ mmòve nu zippe ra tèrra. Non muove un fuscello da terra (Riferito a persona che non vuole far niente).

• Nu’ ri ffà tutti suózzi (li calizùni)! Non farli tutti uguali (i calzoni) (Di solito è la mamma che suggerisce al figlio di non metterli tutti in uso, i capi di vestiario, ma di tenerne da parte un po’, per le occasioni di festa.)!

• Nu’ zi bbuóne manghe pi la chiéna. Non sei buono neanche per la piena (del fiume) (Espressione molto cattiva che si usa nei riguardi di chi non è abbastanza capace di sbrigarsela da sé.).

• O cuótte o crure, ru ffuóche r’à bbiste. O cotto o crudo, il fuoco l’ha visto. (Quest’ espressione si usa quando si ha troppa fame, per aspettare di togliere il cibo dal fuoco quando sia cotto alla perfezione.)

• Si face purtà arrétina cum’a nu ciucce. Si fa portare per la cavezza, come un asino (In rif. a persona che non è in grado di fare da sé, o meglio, che non è capace di ribellarsi alla volontà altrui o soltanto di dire di no, di esprimere il proprio pensiero.).

• Si n’è sciùt’ a re qquatte tómmila. Se n’è andato ai quattro tomoli (È morto.).

• Si n’è sciuto cu na mane ngule e n’ata ngape. Se n’è andato con una mano dietro il sedere e con l’altra sulla testa (Se n’è andato, senza ottenere niente, magari proteggendosi il sedere e la testa, per paura di prenderle.).

• Só ggiute p’avé e agge rumàst’a ddà. Sono andato per avere e ho lasciato da dare (Quando ci aspettiamo qualcosa, perché convinti di aver operato bene e di avere, quindi, un credito, quando ci attendiamo almeno un gesto di gratitudine da parte di chi ha goduto di benefici da noi elargiti, quando pensiamo di aver acquisito almeno il diritto ad un saluto, ci viene, invece, rimproverato qualcosa, siamo addirittura aggrediti! A questo punto ci viene voglia di gridare, ma, il più delle volte, ci manteniamo calmi, lasciamo correre, proponendoci soltanto di pensarci bene un’altra volta e poi, magari, ci faremo trovare di nuovo disponibili per fare altre opere di bene, senza aver dimenticato, però.).

• Ti ni vulìss’ assì cu la pace ri Marìja? Te ne vorresti uscire con la pace di Maria (Ad esempio, non vorresti cacciare neanche una lira?)?

• Uardà nzóttacàppa. Guardare di sottecchi (Guardare in modo da non farsi scorgere.).

• Vàle quànde pòte valé. Vale quanto può valere (Ha un valore inestimabile.).

• Vol’èsse ràt’arènzja. Vuole essere dato audienza (udienza) [(Persona che) desidera le venga concessa udienza, le si presti attenzione, le si faccia un po’ di compagnia.].

 

Note di fonologia


Le vocali atone sono evanescenti e sono scritte in alto. 
J semivocale (mìja “mia”).
w semivocale (luwà “levare”).
(ch + i) suono velare palatale sordo (chiazza “piazza”).
(gh + i) suono velare palatale sonoro (nghimà “imbastire”).
(ggh + i) = ll suono velare palatale sonoro (agghie “gallo”, gghià “là”; ma pennello pinniélle, bello bbèllu, scalpellino scarpillìne).
š -s- schiacciata (šcanàta “pagnotta”) dell’italiano scena.
z suono sonoro dell’italiano zingaro (nziéme “insieme”).

 

Pubblicati su Pagus, rivista semestrale del Gruppo Archeologico “Scampitella”
Sede: Via Belvedere, 25 – 83050 Scampitella (AV)


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