Durante la dura vita quotidiana di alcuni decenni fa, nelle nostre case di campagna (allora anche il centro del paese era quasi campagna), il cosiddetto lieto evento, cioè la nascita di un bambino, era motivo di apprensione e di preoccupazione per il nucleo familiare e per gli eventuali pochi abitanti del vicinato. Allora non c’erano medici o levatrici a portata di mano, perché o lontani o inesistenti, per cui il buon esito del parto gravava quasi esclusivamente sulla madre della partoriente, di una vicina di casa o di una ‘praticona’, detta ‘vammana’. Dopo essere stato ben lavato e asciugato, il neonato veniva avvolto in diversi strati di ruvide pezze di stoffa e strettamente fasciato, compresi i braccini e i piedini, con libera la sola testa, tanto da sembrare un pupazzo di stoffa. Veniva deposto in una rozza culla di legno, accanto al letto della madre, per essere accudito e allattato.

Durante la prima settimana, anche la madre era premurosamente accudita: veniva nutrita con latte ‘vaccino’ (di mucca) e specialmente con cibi a base di carne di pollo, perché il suo latte fosse abbondante e ben nutriente per il piccolo, il quale, se sano, cresceva a vista d’occhio, senza bisogno di medici, omogeneizzati e bilance per controllarne il peso.

Dopo poche settimane dalla nascita, veniva battezzato. Il rito era, ed è tuttora, molto semplice. Lo si presentava in chiesa con i padrini ed un ristretto numero di parenti. Il parroco amministrava il battesimo pronunciando le semplici rituali parole, aggiungendovi anche la formula in latino “accipe vestem candidam”. La cerimonia avveniva generalmente di domenica, prima o dopo la S. Messa. Nel malaugurato caso il piccolo fosse in pericolo di vita, in assenza del sacerdote, il battesimo poteva essere amministrato in casa, con carattere di urgenza, anche da un laico.

Altra fase importante, nella crescita del neonato, era, allora, quella dello svezzamento. Dato il periodo piuttosto lungo dell’allattamento (in qualche caso, durava fino a tre anni e oltre), era difficile convincere il piccolo che era ora di nutrirsi non più al seno, ma soltanto con la ‘pappa’. Spesso la madre era costretta ad escogitare qualche piccolo trucco, per convincere il figlio ad abbandonare il capezzolo: mia madre, per esempio, lo cospargeva di un’essenza amara.

Il periodo di puerperio durava otto – dieci giorni al massimo. Dopo, oltre ad occuparsi del bambino, del resto della famiglia e delle faccende di casa, la povera donna doveva attendere anche al duro lavoro dei campi.

 

Pubbl. su Pagus, rivista semestrale del Gruppo Archeologico “Scampitella”
Sede: Via Belvedere, 25 – 83050 Scampitella (AV)


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