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Sulla strada che da Sant'Agata di Puglia porta a Candela, è possibile ammirare in località Palino un ponte maestoso e dalla fattura ancora ben conservata ritenuto dai più di origine romana e come tale è chiamato.

Costruito in mattoni e pietra è lungo all'incirca 211 metri ed alto 11; da circa 10 anni per i segni della sua vetustà e con una lieve rettifica del percorso stradale l'importantissimo ponte è stato mandato in pensione ed oggi è possibile ammirarne soltanto la grandezza e la linea architettonica semplice e robusta.

Probabilmente venne eretto insieme ad altri, quasi tutti crollati o molto danneggiati quando si costruì l'importante strada Aurelia Accianensis che da Aeclanum (l'attuale Mirabella Eclano) conduceva ad Herdonia (ora Ordona situata nelle vicinanze del santuario dell'Incoronata di Foggia) e nei pressi di questa cittadina si congiungeva alla via Traiana proveniente da Benevento via Bovino.

L'Aurelia Aeclanensis dopo aver superato il fiume Ufita nei pressi della località Fioccaglie di Flumeri nel risalire il corso del torrente Fiumarella attraversava i territori vallivi bagnati da questo torrente ed appartenenti agli attuali paesi di Villanova del Battista, Zungoli, San Sossio Baronia, Trevico, Vallesaccarda sempre mantenendosi alla sua sinistra; nel territorio compreso tra gli attuali paesi di Scampitella ed Anzano di Puglia lasciava la zona valliva di quel torrente e dopo un leggero percorso in salita si dirigeva verso la vallata del fiume Calaggio e tenendosi alla sua sinistra, raggiungeva il ponte di Palino.

Questo percorso coincidente per alcuni tratti con la stessa via Equatia, rappresentò nei secoli una valida alternativa a quello che era il percorso dell'Appia antica poiché il transito di uomini e cose risultava facilitato particolarmente nel periodo invernale essendo il suo percorso prettamente vallivo.

 

Quasi sicuramente su questo ponte transitò il poeta Orazio nel 38 a.C. e quel viaggio fu da lui descritto nella 5 satira, libro l.

 

 

Satira 5a il viaggio

 

Uscito dalla grande Roma, m'accolse ad Ancia una modesta locanda; m'era compagno il rotore Eliodoro, senza confronti il più dotto dei greci: di lì a Foro d'Appio, brulicante di barcaioli e di osti malandrini.

Noi, sfaticati, dividemmo in due questa tappa, che per gente più svelta è una sola; ma l'Appia è meno faticosa a chi la prende comoda.

Qui, per via dell'acqua, ch'era pestifera, mi metto a dieta e attendo di cattivo umore i compagni che cenano.

Già si preparava la notte a stendere le ombre sulla terra e a spargere di stelle il cielo, quand'ecco i servi lanciare improperi ai barcaioli e i barcaioli ai servi: "Attracca qui!"; "Macché! Vuoi imbarcarne trecento?"; "Basta, basta!".

Fra riscuotere il nolo e legare la mula, se ne va un'ora buona. Zanzare malefiche e ranocchi palustri ci tormentano il sonno; un barcaiolo, fradicio di vino, canta l'amica lontana e con lui a gara un passeggero, finché sfinito questo si mette a dormire e il barcaiolo insonnolito, mandata a pascolare la sua mula, lega le redini a una roccia, poi supino prende a russare.

Era ormai quasi giorno, quando ci accorgiamo che la barca non si muoveva: allora salta su una testa calda che con una verga di salice spiana capo e lombi a mula e barcaiolo: solo verso le dieci finalmente sbarchiamo.

Con l'acqua di Feronia ci laviamo mani e faccia. Dopo colazione, ci arrampichiamo per tre miglia fin sotto alle pendici di Anxur, arroccata su rupi che biancheggiano lontano. Li, con Cocceio, doveva raggiungerci il mio buon Mecenate, ambasciatori entrambi di affari importanti e abituati ormai a rabbonire gli amici in discordia.

Stavo, per la congiuntivite, ungendomi gli occhi con il collirio nero, quando giungono Mecenate, Cocceio e insieme a loro Fonteio Capitone, uomo di grande cortesia e amico di Antonio quant'altri mai. Con sollievo lasciamo Fondi, dov'è pretore Aufidio Lusco, ridendo delle insegne di quello scribacchino matto: pretesta, laticlavio ed il braciere acceso.

Affaticati pernottiamo a Formia, la città di Mamurra: Murena ci offre l'alloggio, Capitone la cena.

L'alba seguente sorge lietissima come non mai: a Sinuessa ci vengono incontro Plozio, Vario e Virgilio, anime che più candide non nacquero su questa terra e a cui nessun altro è più legato di me.

Che abbracci furono i nostri e che gioia! Finché avrò senno, niente paragonerò a un amico diletto.

Una casetta vicina al ponte Campano ci offri ricovero e i provveditori, com'è loro dovere, legna e sale. Da qui i muli depongono in orario i loro basti a Capua. Mecenate va a giocare, io e Virgilio a dormire: il gioco della palla non è certo indicato per chi soffre d'occhi o di stomaco. Più avanti ci accoglie, provvista di ogni cosa, la villa di Cocceio, subito sopra le osterie di Caudio.

Ora vorrei, Musa, che tu mi ricordassi brevemente la rissa di Messio Cicirro con quel buffone di Sarmento, da quale padre siano nati e come vennero a lite. La gloriosa stirpe di Messio sono gli osci e di Sarmento vive ancora la padrona: discesi da tali antenati, vennero a contesa.

"Io dico", comincia Sarmento, "che tu assomigli a un cavallo selvaggio." Ridiamo, e Messio a sua volta: "L'ammetto", e scuote la testa. "Cosa faresti", dice l'altro, "se non t'avessero reciso dalla fronte il corno, visto che pur mutilato minacci?" E per la verità una brutta cicatrice gli deturpava in mezzo ai peli della fronte la parte sinistra del viso.

Dopo avere a lungo scherzato sul morbo campano e sulla sua faccia, gli chiede di mimare la danza pastorale del Ciclope: non gli sarebbero serviti maschera o coturni da attore tragico. Gli insulti di Cicirro non si contano: gli chiedeva se avesse già donato in voto ai Lari la catena; gli ricordava che, pur essendo scrivano, su lui non era per nulla scemato il diritto della padrona; voleva sapere infine perché fosse fuggito, dal momento che, gracile e mingherlino qual era, gli doveva bastare una libbra di farro.

Cosi in piena allegria portammo a termine la cena. Di qui filiamo dritti a Benevento, dove l'oste zelante per poco non si bruciò girando sul fuoco i suoi magri tordi: divampato l'incendio, la fiamma guizzando per la vecchia cucina minacciava di lambire il soffitto. Avresti dovuto vedere i clienti affamati e i servi impauriti che cercavano di mettere in salvo i tordi e tutti insieme di spegnere il fuoco.

A quel punto cominciano a mostrarsi i monti a me ben noti dell'Apulia, che sono bruciati dallo scirocco e che mai noi avremmo valicati, se non ci avesse ospitato un casale vicino a Trevico e tutto pieno di fumo da farci lacrimare, perché il focolare bruciava ramaglie umide e foglie. Lì sono tanto sciocco da aspettare sino a mezzanotte una ragazza bugiarda; poi il sonno mi coglie assorto nelle voglie d'amore e le visioni lascive di un sogno mi fanno bagnare supino la tunica da notte e il ventre.

E via di corsa in carrozza per ventiquattro miglia, intendendo far tappa in una cittadina, che non si può nominare nel verso, ma che per certi aspetti è facilissimo indicare: qui l'acqua, la più vile delle cose, si compera; in compenso il pane è senza confronti il migliore, tanto che i viaggiatori accorti hanno l'abitudine di farne provvista, perché a Canosa, località fondata un tempo dal forte Diomede, oltre a mancar l'acqua, il pane è di pietra.

Qui Vario sconsolato prende congedo dagli amici in lacrime. Giungemmo quindi a Ruvo, stanchi morti per esserci sorbiti un tratto interminabile di strada, reso in più difficile dalla pioggia.

Il giorno appresso il tempo migliora, ma non la strada, almeno sino alle mura della pescosa Bari. Poi Egnazia, eretta contro il volere delle ninfe, ci offri motivo di risa e di scherni, perché volevano qui farci credere che l'incenso sulla soglia del tempio si consumava senza fiamma.

Può pensarlo il giudeo Apella, io no: gli dei, cosi ho sentito dire, passano il loro tempo indifferenti e, se qualche prodigio si verifica in natura, non è certo l'ira divina a precipitarcelo dall'alto dei cicli.

Brindisi pone fine al lungo viaggio e fine alla mia satira.