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Resti di
villa rustica romana in località Migliano di Scampitella

Resti di villa rustica romana in località Migliano di Scampitella

Un aiuto per la contrada Migliano di Scampitella (AV)

Il Ver Sacrum di Nicola Fierro

HIRPINIA - Il Sannio dimenticato di Domenico Cambria

Per la conformazione del terreno su cui insistono i resti della
villa rustica
romana,in località Migliano di Scampitella, possiamo ipotizzare una sua
tipologia del tipo a terrazzamenti, costituita da un complesso di
costruzioni disposte lungo i pendii della collina e comprendenti
l'edificio principale,la domus, i depositi dei cereali e degli altri
alimenti,ad uso umano e per gli animali, le stalle, i depositi degli
attrezzi agricoli,i luoghi di dimora degli operai,forse schiavi,le
botteghe artigiane, il luogo di culto. Da alcuni resti,venuti alla luce
durante opera di aratura agricola, si ricava l'impressione che una delle
costruzioni,quella posta più in cima sul pendio, la domus, probabilmente,
avesse come fondamenta una precedente costruzione sannitica. Questa
tecnica di costruzione era molto seguita dai Romani, attenti a sfruttare
al massimo le opere di altri, purchè queste stesse non fossero più
visibili; tanto per impedire il perpetuarsi della memoria storica delle
genti sottomesse, strategia attuata con più rigore nei riguardi delle
popolazioni di origine sannitica, ancor più se quelle genti sannitiche
erano gli Irpini, popolo condannato dal Senato di Roma alla <Damnatio
Historiae>, cioè a scomparire dai documenti ufficiali
governativi,dalle iscrizioni, dai libri ed un tale evento persecutorio
veniva attuato al fine di non far restare traccia del vissuto di quelle
genti, come se quelle stesse non fossero mai esistite. Sintetizzando, gli
Irpini furono condannati alla cosa peggiore che può capitare ad un uomo,
ad un popolo, peggiore addirittura dell'annientamento fisico: la
cancellazione dalla memoria collettiva. Tanto accanimento fu messo in
atto, ovviamente, per il timore di ritrovarsi ancora una volta contro,un
giorno, quel popolo così fiero e battagliero quale fu la gente irpina
appartenente al popolo dei Sanniti . Qualcosa di simile è stato messo in
atto con uguale cinismo e ferocia,in epoca più recente, 1861 , nei
confronti di tanta parte di quella popolazione del Mezzogiorno
d'Italia,bollata precipitosamente, il più delle volte, col nome "
Briganti ", nell'accezione dispregiativa del termine.
Capito?
Nella contrada Migliano di Scampitella (AV), paese di
circa 1600 abitanti, posto sul confine tra l’Irpinia e la Puglia, l’amministrazione
comunale, nell’intento di migliorare l’economia della comunità, si sta
attivando per collocare quì una centrale eolica che dovrebbe essere
composta da 35 pale eoliche,disposte sui crinali di due colline.
Del
territorio scampitellese, di 15 kmq, Migliano rappresenta una quota cospicua
e di esso costituisce la parte più verde e quella affacciantesi sull’autostrada
NA-BA, a cui è collegata, in modo facile e rapido, mediante il casello
autostradale di Lacedonia. Migliano, menzionata in documenti storici, fu
attraversata da vie antiche in quanto a ridosso del Calaggio, corso d’acqua
usato come loro riferimento, anche dai Romani e tra esse, quasi
sicuramente,la via Aurelia Aeclanensis o la via Herculia; a testimonianza
un miliare scritto, di fine II secolo d.C., ivi ritrovato ed in mostra in
area pubblica del paese.Una grande varietà di reperti archeologici,anche
per epoca, affiorano sui terreni agricoli della contrada, soprattutto in
aree ben circoscritte; tra esse quella detta “Fosse dei briganti”,
ambienti in disfacimento,dalla forma slargata alla base,stretta in alto e
contenente un’apertura superiore in muratura concentrica; esse sono
comunicanti tra loro, scavate nella pietra arenaria ed in parte ancora da
esplorare. Nelle immediate vicinanze delle “Fosse”ci sono i terreni
con i resti,in parte emersi, di una struttura ritenuta probabilmente una
villa rustica romana del tipo a terrazzamenti, poggiante su una precedente
ed affiorante costruzione forse sannita. Poiché riteniamo che la
costruzione della centrale eolica sui terreni di Migliano possa
partecipare ad impoverire ulteriormente il nostro patrimonio ambientale ed
archeologico,con danno grave anche per le possibilità di sviluppo
economico locale, attivabile con progettualità tese a preservare e
valorizzare quei beni, da intendersi veri prodotti tipici del nostro
territorio, chiedo cortesemente, a voi che state leggendo questa
informativa, di farmi conoscere il vostro parere e,se condividete la mia
preoccupazione, vi esorto ad unire le nostre forze: inviate un fax o fate
una telefonata ai numeri telefonici del Comune sotto riportati.
Un grazie per quanto riusciremo a fare.
-
Paolo Cusano
Comune di Scampitella
Tel. 0827/93031 – Fax 0827/93101
Gli Irpini erano
Sanniti, come attesta Strabone ¹:
Riguardo ai Sanniti circola anche una tradizione secondo la quale i Sabini,
impegnati da molto tempo in guerra contro gli Umbri, fecero voto -come
certe popolazioni greche- di consacrare agli dei tutto ciò che sarebbe
nato in quell'anno. Conseguita la vittoria, parte ne immolarono, parte
consacrarono; ma scoppiata una carestia, qualcuno disse che bisognava
consacrare anche i figli. Così fecero, e consacrarono ad Ares i figli
nati durante l'anno e, divenuti questi adulti, li inviarono a fondare una
colonia: fece da guida un toro; poiché il toro si fermò a dormire nel
paese degli Opici (che vivevano in borgate), li scacciarono e si
stabilirono sul posto e sacrificarono il toro, secondo le indicazioni
degli indovini, ad Ares, che lo aveva dato come guida. Probabilmente per
questo ricevettero il nome di Sabelli, diminutivo di quello dei loro
padri. Il nome Sanniti, per ì Greci Sauniti, ha altra origine.
Viene poi "precisa ancora Strabone- il popolo degli Irpini, anch'essi
di ceppo sannita. Ricevettero questo nome dal lupo che fece da guida alla
loro migrazione: i Sanniti chiamano hirpos il lupo. Confinano coi Lucani
dell'entroterra.
Strabone attesta chiaramente che i Sabini emigrati si erano stanziati nel
territorio degli Opici. I vinti, come è noto, avevano come stemma della
loro stirpe il serpente. Sul significato di Opici, etnico molto antico,
storici e scrittori antichi non erano d'accordo: i più autorevoli, Servio
e Stefano Bizantino 2, danno all'etnico il significato di
opheis, serpenti. Dello stesso parere sono Giovanni Lido 3,Catone
(citato da Plinio) e Frontone.
Anche l'Irpinia era compresa nel territorio dei vinti Opici, Ne sono
chiari indizi gli etnici zoomorfi, noti attraverso le fonti storiche e
numismatiche, Akerunnia (oggi Lacedonia} ha uno stemma molto antico: la
cicogna calpesta e becca il serpente, Akerunnia, in lingua osca,
significa: madre cicogna, Nella moneta Fistelìa (centro sannitico, da
identificare forse con Carife} appare, sotto le perline allineate, la
figura di un serpente.
Strabone nel passo citato evidenzia vari elementi: a} la proclamazione del
ver sacrum, dovuto a una calamità naturale (carestia}; b} i figli, nati
nell' anno sacro, consacrati ad Ares, erano destinati a emigrare; c} i
sacrani avevano assunto come vessillo il toro; d} la colonia fu fondata
nel paese degli Opici, cioè del popolo che aveva come stemma il serpente;
e} i figli dei Sabini furono detti Sabelli,
Il ver sacrum era costituito da tre elementi organicamente
uniti 4. La consacrazione a una divinità ne costituiva il
primo elemento, I Sabini avevano consacrato ad Ares (=Marte}, come sua
proprietà assoluta, tutta la produzione vegetale, animale, umana della
primavera seguente, Ver ha il significato di "annus", nel senso
di prodotto dell' annata: era l' anno riferito alla stagione più feconda.
In tal senso si può parlare di primavera sacra o consacrata. Il secondo
elemento dell'anno sacro consisteva nella espulsione dei giovani e nella
loro missione colonizzatrice. I bambini, nati nell'anno sacro, non
venivano immolati a Marte, ma, divenuti adulti, venivano espulsi e inviati
lontano a fondare una nuova colonia. Il rito dell'espulsione sostituiva il
sacrificio umano prescritto da un oracolo. Costituiva una specie di deroga
concessa da Marte: era anche un segno di evoluzione nei costumi. Il terzo
elemento del ver sacrum, contestuale al secondo, era la migrazione della
vereia, cioè della giovane leva consacrata sotto la protezione di un
animale sacro, in genere attributo di Marte. Nella leggenda dei Sanniti
era il toro: Campi Taurasini si chiamavano, infatti, i territori da essi
occupati. Nella leggenda dei Piceni era il picus, il picchio: Piceno si
chiamava il loro territorio. Nella toponomastica sannitica, il nome
dell'animale sacro, scelto come guida (dux) dai giovani sacrani, si trova
spesso duplicato: denota, in tal caso, le ondate migratorie. L' etnico
zoomorfo Bovianum, derivato da "bos-bovis", si trova nelle sedi
dei Sanniti Pentri e degli Irpini. L 'etnico Picenes, derivato da picus
(=picchio), si trova nel Piceno e nella Piana del Sele, dove i Romani nel
268 a.C. avevano deportato i Picentini.
Per questa ragione, negli altri etnici, ugualmente zoomorfi, Hirpini o
Lucani, ricorre il ricordo della primavera sacra, di cui il lupo, hirpos o
lykos, era stato l'animale eponimo.
1 Cfr.
STRABONE, V, 4, 12 (traduzione di Nicola Biffi, L'Italia di Strabone,
Università di Genova 1988).
2 Cfr. SERVIO, Ad Aen., VII, 735; Stefano Bizantino, s.v.
Opikoi..
3 cfr. GIOVANNI LIDO, De mens.,I, 13; Catone in PLINIO, XXIX,
1, 7 (14) FRONTONE, Ad M. Caes.,II, l. Anche il Pais spiegava la leggenda
delle ta citae Amyclae con l'equazione Osci-Opici-Ojici. Nella città fu
imposto il silenzio in vista deIl'invasione dei serpenti, cioè degli
Ofici- Opici.
4 Cfr. J. HEURGON, Trois études sur le Ver sacrum, CoIlection
Latomus, Bruxelles 1957, voI. XXVI, p. 5 e segg.
5 Cfr. HERMANSEN, Studien iiher den italischen und den
romischen Mars, K~benhavn 1940, pp. 15-18.
6 Cfr.Tito Livio, Ab Urbe condita, XIV, 29, Supplemento del
Freinshemio.
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Il testo è tratto dal saggio del prof. Nicola Fierro dal titolo:
GLI STATI
TRIBALI IRPINI IN EPOCA SANNITICA E ROMANA
Estratto-RASSEGNA STORICA IRPINA 1992
Avevo iniziato questa ricerca partendo dal presupposto di
conoscere la storia di Bagnoli Irpino, mio paese nativo, nel periodo antecedente
l'anno 1000; periodo appena accennato dallo storico locale Sanduzzi, quando
inizia a parlare di un "fondus" dal nome Balleoli. Conoscendo poco di
quello che mi accingevo a fare e di quel periodo storico, ancora avvolto da
tanto mistero, inizio il lavoro con un primo "scavo" in biblioteca,
accorgendoci presto di come le fonti a disposizione sono scarne, per non dire
inesistenti. Unico testo plausibile di attenzione (anche se ancora troppo vago
sull'argomento), è la pregevole opera dello Scandone, "L'Alta Valle del
Calore", la quale, pur se traccia ampiamente i risvolti storici a partire
dal periodo Longobardo, non giunge, per mancanza di notizie dovute alla totale
assenza di ricerche precedenti, a quelle scoperte o quelle ipotesi probanti,
tali da determinare quella svolta necessaria per arrivare alle origini della
nostra Irpinia ed al suo popolo primario.
Inizio così a consultare gli autori
più noti del passato, tra i quali Plinio, Strabone, Silio Italico e soprattutto
Tito Livio, il quale, anche se con le sue volute manipolazioni, è quello che
più di tutti ci tramanda la storia del passato, specie quella antecedente
l'anno "0", che vide consumarsi l'aspra lotta tra Sanniti e Romani per
il controllo del Centro e Sud Italia e della stessa Hirpinia. Con mia somma
sorpresa, mi accorgo che occorre leggere la storia sui Sanniti, se voglio
arrivare a dei risultati plausibili. Il più noto autore è Salmon. Al termine
di questo ennesimo percorso, mi accorgo che il sapere mi costringe a
"scavare" sempre di più, in quanto ad ogni testo, non solo aumenta la
necessità di conoscere, ma anche perché i fatti narrati sono trattati da ogni
autore in maniera diversa, con analisi diverse, oggi oserei dire con molta
approssimazione. Una cosa intanto è certa, l'Hirpinia era una potente tribù
sannita.
Chi siamo allora? O meglio ancora: chi eravamo?
Gli umbro-sabellici, dopo avere occupato la Sabina, erano raccolti in diverse
tribù; una di queste, quella degli Hirpi (dall'osco "hirpo", che
vuole dire lupo), nella colonizzazione della dorsale appenninica, intorno al
1000 a.C., discese il Volturno e risalì il Calore sino a giungere presso la sua
sorgente, posta sotto il monte de La Celica, tra i confini di Bagnoli, Acerno e
Montella, dove si vuole che il lupo si ammansì. Tra quei boschi e quei monti,
essi capirono di essere giunti alla meta, chiamando Hirpinia quel territorio! A
volere essere logici, non crediamo certamente che la tribù degli Hirpi seguisse
un lupo, ma un simbolo totemico che lo rappresentasse, sì. Per la sua
maestosità, il monte Celica fu identificato anche nella loro massima divinità:
Keres: Giove. Per quanto riguarda la maggiore tribù, quella dei Pentri, i
molisani, si vuole che questi seguissero un toro, il loro animale totemico, che
si sedette nella terre degli Opici, presso Boiano, o Boviano, divenuta appresso
la loro capitale e quella dell'intero Sannio. La tribù dei Marsi seguiva un
orso, quella dei Piceni un picchio, e quella dei Frentani un cervo.
I Sanniti, così, furono il popolo che abitò le nostre terre a partire dal
VIII-VII secolo a.C., e furono anche quelli che, con le vicende condotte nelle
battaglie contro Roma, ne fecero la storia.
Ma prima dei Sanniti, quale popolo abitava le nostre terre? Si sa che intorno al
3.000 a.C., tutta la dorsale appenninica, sino a Reggio Calabria, fu
attraversata dai Pelasgi, un popolo composto da asiatici, balcani e danubiani.
Poi dagli Osci. Intanto, intorno al 1200 a.C., Diomede, l'eroe greco scappato
dall'incendio di Troia, sbarcava presso Manfredonia e si portava verso il
Tirreno, edificando lungo la strada la città di Troia, Aequum Tuticum (la
vecchia Ariano), e Malventum (Benevento). Ma non passò dalle nostre parti.
Lungo la costa c'erano gli Etruschi che avevano fondato Capua, Pompei, Amiternum
(la ricca e potente Pontecagnano), ma il loro campo d'azione si fermava presso
Acerno, ingresso verso l'alta Valle del Calore, gelosamente custodita dai suoi
abitanti. Gli Enotri, alla ricerca di un fantastico lago, provenienti dalla
valle del Sele e da Paestum, attraversarono il territorio di quella Irpinia
attraverso il Varco Finestra di Acerno. Ma quel lago non lo rintracciarono mai,
fermandosi a Compsa, detta successivamente Kossa degli Enotri.
Quando avvenne
tutto questo? La storia ci dice intorno all'età del "Medio bronzo",
vale a dire intorno 1500 a.C. No, questo deve essere avvenuto prima, perché in
quell'epoca, sulle nostre terre si erano stabiliti già i Pelasgi.
Dopo il rinvenimento del "cacciatore" mummificato sulle alpi tra
l'Italia e l'Austria, gli studiosi sono del parere che occorre retrodatare
l'epoca del bronzo di almeno 2.000 anni. Allora ci siamo. Gli Enotri
attraversarono il territorio dell'alta valle del Calore (Acerno-Bagnoli-Montella)
e quello dell'alta Valle dell'Ofanto (Nusco-Lioni-Teora), intorno al 3.000 a.C.
se non prima. Durante il loro tragitto non poterono trovare che tribù
primordiali, anche se già commercializzavano con Paestum e con Manfredonia,
attraverso la strada più agevole conosciuta che univa il Tirreno con
l'Adriatico, che passava per Fontigliano di Nusco. Gli Enotri, in questo modo,
furono il popolo che per primo si insediò tra i nostri monti. Ma non ne fecero
la storia. Come non la fecero i Pelasgi e gli Osci.
Occorre ritornare ai Sanniti. Della primaria tribù degli Hirpi che risalì il
Calore, una parte confluì lungo il Sabato, stabilendosi nella piana di
Abellinum (Atripalda) e presso la sorgente del fiume, intorno ad una misteriosa
Sabazia che la si vuole a Serino, nell'attuale sito de La Civita. Un altro
gruppo risalì l'Ufita, stabilendosi presso Flumeri, Carife, Trevico (divenuto
poi il centro della nobiltà Sannita) ed il Calaggio, sino al confine Apulo. Un
altro gruppo risalì il Miscano sino al Cervaro, stabilendosi nei pressi di
Aequum Tuticum. Il nucleo maggiore, una volta stabilitosi nell'alta Valle del
Calore, occupò quella dell'Ofanto sino a Compsa, cercando di estendersi verso
il Sud Italia. Ma gli schiavi successivamente assoggettati si ribellarono (i
Bruzi, i Calabresi) al punto da ripiegare su sé stessi. L'Ofanto rappresentò
così il limite territoriale non solo Hirpino con la Lucania, ma con l'intero
Sannio, anche se la zona di Monticchio e quella di Venosa, in dipendenza delle
continue dispute, diveniva di volta in volta, ora dell'uno, ora dell'altro. Ecco
così definito il territorio del Sannio Hirpino: ad Ovest si trovava Malventum,
la capitale; ad Est Compsa, Monteverde ed Akudunniad (Lacedonia); a Sud il Monte
Celica, il Terminio, il Partenio e l'Ofanto; a Nord Aequum Tuticum, Bovino,
Monteleone di Puglia, Panni. Il Sannio intero, invece, oltre a tutta una serie
di piccole e grandi tribù, era composto da quattro fondamentali, quella dei
Caraceni, detti gli uomini delle pietre che occupava l'attuale sud degli Abruzzi;
quella dei Pentri che occupava l'attuale Molise, il cuore del Sannio; quella dei
Caudini che occupava la zona di Montesarchio e del Taburno; quindi la tribù
degli Hirpi. Anche se le loro non erano delle vere e proprio città, lungo l'Ofanto,
oltre a Compsa, esisteva Ferentinum, un potente "pagus" che lo si
vuole presso La Fiorentina di Nusco; lungo la dorsale che divide l'Ofanto dal
Calaggio era posta Romulea, quasi da tutti gli storici individuata in Bisaccia,
assieme ad un'altra importantissima città che fu Akudunniad (Lacedonia),
nonché Oscata; luogo la sponda sinistra del Calaggio, oggi territorio di
S.Agata di Puglia, su una delle tante "murge", si trovava
probabilmente la famosa Murgantia e tanti altri "pagi" a difendere il
facile accesso al cuore dell'Hirpinia dal versante Apulo. Le quattro tribù
sopra descritte, e solo quelle, formavano la "lega" sannitica che per
ben 450 anni si oppose all'espansionismo della grande Roma, sino alla disfatta
finale avvenuta a Porta Collina nell'anno 82 a.C., dove Hirpini e Caudini furono
tutti uccisi, poi decapitati da Silla.
Cosa era, allora, l'Hirpinia durante il periodo sannita? Era una potente
provincia sannita, certamente non inferiore al Sannio Pentro. Una provincia che
vedeva in Malventum la potente e ricca capitale, posta tra il Calore ed il
Sabato; Abellinum (Atripalda) ricchissima città dell'alta Valle del Sabato;
Compsa, bellissima, l'ornata, dall'aspetto naturalistico incantevole; il tempio
dedicato alla dea Mefite, il santuario più famoso dell'intero Sannio, posto
nella Valle d'Ansanto, e poi ancora Touxion e un'altra Boiano ripetuta, in
omaggio alla capitale molisana, quando per la prima volta essi giunsero sul
nostro territorio. Il discorso però diventa molto avventuroso sia su Touxion
che su Bovianum, perché della prima città nessuno è mai riuscito a
rintracciarla, mentre di Bovianum se ne vorrebbe una sola, quella Pentra!
Bojaino!
E' stato a questo punto che la nostra avventura storica ha iniziato ad avere
dell'incredibile. Equivoci ed incomprensioni hanno sempre accompagnato questa
importante pagina di storia. Tito Livio, dopo l'ultima guerra sannitica e la
battaglia di Aquilonia dice: "la nobiltà ed i superstiti di Aquilonia si
rifugiarono a Boviano!" In virtù di questo, i Molisani dicono: "se i
superstiti di Aquilonia si rifugiarono a Boviano, vuole dire che Aquilonia è
qui da noi!" E giù, da tutte le parti del mondo a scavare in Molise,
intorno a Boiano, alla ricerca di qualcosa che non potrà mai trovarsi, perché
non esiste. Anche il grande Salmon. Tutti dietro il suo testo, il quale,
addirittura, riporta: "è inutile andare in Irpinia in quanto questi non
avevano fiumi navigabili e montagne che superassero i 1300 metri slm!!!" Fa
piacere, intanto, che qualcosa incominci a muoversi. Solo poche settimane fa,
attraverso le pagine de "Il Corriere" del noto direttore Gianni Festa,
è stata pubblicata la tesi dalla D.ssa Di Prisco Antonella, sull'Irpinia nella
letteratura latina, dove ha affrontato anche gli argomenti che stiamo trattando,
ribadendo che la III guerra sannitica si svolse tutta sull'Ofanto. Come poteva,
allora, Aquilonia trovarsi in Molise? Come possono trovarsi in Molise, Murgantia,
Romulea, Ferentino ed una Bovianum presso la quale si rifugiarono i reduci di
quella battaglia? Ma in Molise non solo si trova Boiano, si trova duplicata
anche Amiternum (!!!), la vecchia Pontecagnano, Atina con Atena Lucana, e si
vorrebbe si trovasse anche Aquilonia! Ma non è stata localizzata ancora bene! E
noi? Assenti adesso come allora, mentre eravamo impegnati chissà in cosa, gli
altri si sono impossessati della nostra storia.
Intanto andiamo avanti con le nostre ricerche in biblioteca, e scopriamo che,
Domenico Petroccia, uno storico beneventano, da alcuni studi condotti ad inizio
del 1900, sostenne che Aequum Tuticum fosse nientemeno che la leggendaria
Touxion, la città Sannita dove gli eserciti si riunivano intorno alla statua di
una Venere nei loro riti propiziatori. La città intorno alla quale ruotava
l'intero Sannio nelle scelte sia di carattere economico sia politico. Infatti,
sostenne a ragione il Petroccia, sia lo storico e filosofo Pseudo-Plutarco, sia
Cicerone, chiamavano Aequum Tuticum (che è solo una latinizzazione del vecchio
termine), con il termine di Touxion. Risulta infatti che il console romano
Quinto Fabio Massimo Gurges avesse portato a Roma nel 292 a.C., all'epoca della
battaglia di Aquilonia, una Venere omaggiata dai Sanniti. Se Aquilonia fosse
quella Hirpina, non sussisterebbero dubbi. Eppure…vi sono!!! Ma gli studi del
Petroccia, chissà perché, o non furono mai letti, o non furono approfonditi
volutamente. Comincio a credere che intorno a questa vicenda ci siano delle
volute negligenze. Chiarito appena questo enigma, ecco che incappiamo in quello
di Aquilonia e di Boviano. Da alcuni studi condotti agli inizi del 1900 dal
prof. Gabriele Grasso di Ariano I., docente in Storia e Topografia presso
l'Università di Messina, rintracciati anche questi casualmente in biblioteca ad
Ariano I.; uno di questi studi affronta la problematica sulle due Aquilonia. Il
Grasso a sua volta aveva consultato un studio condotto dal prof. Palmese, della
stessa Università, portato avanti un secolo prima sulle stesse problematiche.
La questione quindi è antica. Il Palmese, nel consultare alcuni scritti di
Silio Italico, sempre a proposito di quel periodo storico, tradusse che la
nobiltà Sannita ed i reduci di quella battaglia, si erano rifugiati sì presso
Boviano, ma una Boviano posta tra Nucras e Batulum!!!
Il Palmese, che non venne
mai in Irpinia, sostenne attraverso la sola carta geografica, che Nucras era da
individuarsi in Nusco, e Batulum in Bagnoli. Cosa potevamo fare, adesso, se non
recarci lungo la costa che unisce questi due centri, alla ricerca di questo
impossibile riscontro. Ebbene, incredibile a dirsi, lungo questa costa, in
territorio di Bagnoli I., dal Vallone d'Italia sino a quello della Vecchiarella,
per circa 2 km. lineari ed uno in profondità, vi sono mura e terrazzamenti da
fare chiaramente ipotizzare che in quel luogo vi fosse stato un insediamento di
notevoli proporzioni. Una città. La Bovianum Hirpina? Non possiamo dirlo,
commetteremmo un falso storico incredibile e verremmo tacciati di una
millanteria che non meritiamo.
Questo è quello che è emerso dalla ricerca fatta. La quale ha il merito
soprattutto di avere riportato alla luce fatti storici coperti e conservati
dalla "polvere del tempo" che altri, volutamente o per negligenza,
avevano dimenticato. Saranno ripresi da altri per iniziare quella ricerca mai
effettuata? Chissà!!!
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Il testo è stato gentilmente concesso da
Domenico Cambria
autore del libro “HIRPI”
Storia dei Sanniti – Hirpini -Scuderi Editrice e di HIRPINIA-Il Sannio dimenticato ,
in edicola nei primi mesi del 2003.
Per approfondimenti
sull'autore e il relativo scritto:
www.sanniti.info/cambria1.html
www.skuola.net/storia/etruschi.asp
Ulteriori
informazioni sugli argomenti, volendo io partecipare a far meglio
conoscere la Storia dei nostri luoghi, anche con il dibattito, si possono
ottenere collegandosi a:
http://perieghesis.it/villa.htm
http://space.tin.it/io/davmonac/sanniti/index.html
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